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Milano - San Siro

Via Paravia, questa scuola non è un ghetto

Un istituto in bilico, ogni mese di settembre, tra il numero minimo di iscritti che permettano di inaugurare il nuovo anno di studi e la chiusura dell’istituto. La Scuola elementare Lombardo Radice si trova al numero 83 di via Paravia, nel lato ovest del quadrilatero del quartiere San Siro. Ha la forma di una zeta ed è stata più volte definita “laboratorio di integrazione”, grazie alla sua percentuale record di iscritti stranieri, il 95%.

Potrebbe essere una perla nel quartiere: due piani, due ali, una biblioteca ben fornita, un laboratorio linguistico, uno di informatica, uno di scienze, uno di musica e uno di pittura. Non un cortile in cui giocare, ma un parco da fare invidia a tante altre scuole di Milano, dove i bambini possono correre fino allo sfinimento. Peccato che i bambini, in questo istituto, siano poco più di un centinaio.

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La scuola è stata un definita “laboratorio di intergrazione” perché è arrivata a toccare la percentuale record del 95% di iscritti stranieri.

I. Una sfida a scadenze regolari

«Ogni anno si aprono le scommesse: ce la faremo a formare una classe prima? Avremo abbastanza alunni?»

La scuola di via Paravia oggi ha solo cinque classi: una prima, due seconde, una terza, una quinta. Niente quarta. «Ogni anno – racconta Anita Labò, insegnante nell’istituto da ormai trent’anni e oggi referente – si aprono le scommesse: ce la faremo a formare una classe di prima elementare?».

Quattro anni fa, per esempio, la scommessa venne persa. Una norma introdotta dall’ex ministro Gelmini fissava un tetto del 30% di stranieri per sezione: quell’anno, su 17 bambini, soltanto due sarebbero stati italiani. «Secondo me siamo stati l’unico caso in cui quella norma venne applicata. Alcuni genitori hanno fatto causa, ma l’hanno persa».

«Sono arrivata qui nel 1984 -, racconta Anita -. Trent’anni fa le aule della scuola erano piene: c’erano almeno quattro sezioni per classe. Adesso ogni anno nonostante siano circa 100 gli studenti obbligati, riusciamo sempre a fare solo una prima». Quest’anno i bambini non sono più di 115 in tutto. Il bacino d’utenza è formato per tre quarti dagli abitanti delle case popolari: quasi tutti stranieri, per la maggior parte arabi. E Poi ci sarebbe la “San Siro bene”. Anita spiega che «Quelli che ne fanno parte, però, non hanno mai iscritto i figli alla nostra scuola, anche perché non siamo mai riusciti a garantire un’offerta formativa adeguata, per vari motivi. Per esempio – continua Anita – l’80 per cento dei bambini della attuale prima elementare sono arabofoni: obbligarli a parlare la lingua italiana diventa sempre più difficile. In una situazione del genere è normale che il programma vada a rilento».

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La scuola di via Paravia appartiene al complesso dell’Istituto Calasanzio, comprendente la scuola primaria San Giuseppe Calasanzio, la primaria Montebaldo, la scuola speciale Pro Juventute e la secondaria di primo grado Negri. «Siamo il più grosso complesso di scuole di Milano, con un totale di 1200 iscritti – racconta Anita – troppo perchè la segreteria possa gestirli. In questo marasma, noi di Paravia siamo l’anello debole: ci sentiamo e siamo abbandonati». L’accorpamento, avvenuto nel 2012, ha unito l’istituto di Via Paravia con scuole troppo lontane: è davvero difficile considerarle un corpo unico. «Il fatto che le altre scuole siano a minimo due chilometri da noi – spiega Anita – ha portato al disastro. Finché infatti la direzione e la segreteria erano collocati all’interno dell’edificio, i problemi erano in grado di trovare risposta. Ora non c’è nessuno ad ascoltarli».

«Abbiamo chiesto più volte – spiega Anita – di essere accorpati, piuttosto, all’Istituto di via Dolci, che non solo è fisicamente più vicino, ma che a sua volta affronta la sfida dell’alto numero di stranieri, ma non siamo mai stati ascoltati».

«Hanno rischiato come noi – continua – di diventare una scuola ghetto: la dirigenza competente ha tuttavia permesso loro di non affondare». La scuola Cadorna inoltre è riuscita a coinvolgere i genitori italiani, che hanno formato un comitato in grado di cambiarne le sorti, con dedizione e impegno. «Abbiamo provato a chiedere aiuto ai genitori ma ci siamo resi conto che è impossibile. Insomma noi adesso galleggiamo, quando non affoghiamo, tra tutte queste difficoltà».

«L'anno scorso durante una festa due madri sono arrivate a picchiarsi: abbiamo dovuto separarle.»

Poiché la scuola di via Paravia raccoglie i casi più difficili del quartiere, difficile diventa anche il tentativo di farli convivere e collaborare. «È impensabile – spiega Anita – riunire i genitori per discutere insieme su come organizzare un evento o su come raccogliere fondi da investire in iniziative per i bambini. L’anno scorso, durante una festa, due madri sono arrivate a picchiarsi: abbiamo dovuto separarle».

Tutto il disagio del quartiere, i suoi dissidi e i chiaroscuri si riflettono inevitabilmente anche sulla Lombardo Radice. Le maestre raccontano per esempio della faida tra egiziani e marocchini, che si trasmette dai genitori ai figli. «Nel quadrilatero tutta la vita è difficile – sospira Anita – e ora che gli iscritti sono sempre meno, la scuola manca anche di fondi». Alle famiglie non si riesce a chiedere nulla. Anzi, spesso è la scuola che viene in soccorso di quei bambini a cui i genitori non riescono a comprare nemmeno un astuccio o qualche matita. «Capitano anche quelle mattine in cui un bambino va dalla maestra in cerca di aiuto perché è appena stato sfrattato dalla polizia». Con la dirigente scolastica di qualche anno fa si faceva in modo di dare un sostegno alla famiglia che aveva subìto lo sgombero. «Ora le nostre segnalazioni si perdono nel marasma di cinque scuole».

Per fortuna, nelle difficoltà, esiste la solidarietà del quartiere: «Abbiamo in programma un progetto – spiega Anita – con cui dovremmo riuscire a regalare vestiti, libri e a volte a trovare posti letto ai bambini che vivono condizioni di disagio». Molti di loro sono abituati a vivere in case piccole e famiglie numerose: dormono e vivono in cinque o sei in una stanza, non escono mai se non per andare a scuola, che diventa inevitabilmente l’unico posto dove essere felici.

Monica Pistone, maestra che insegna nella scuola dal 1992, ricorda che a quei tempi nella sua classe c’erano soltanto cinque bambini russi e un paio di arabi. Nel giro di vent’anni il quartiere è cambiato ed è diventato a maggioranza araba. Gli italiani se ne sono progressivamente andati. «Tutti ci dicono che dovremmo cercare di attirare nuovamente gli italiani». Ma come? «Gli italiani, in questo quartiere, costituiscono al massimo il 25% e abitano quasi tutti dall’altro lato, quello benestante. Ci vorrebbe un’offerta formativa altissima, ma qui è impossibile». Anita ha provato a insegnare scienze in lingua inglese: l’esperimento è durato tre settimane, poi si è trovata a dover fare affiancamento in una classe “difficile”.
I bambini, inoltre, nel tempo non sono mai gli stessi: le classi mutano nel corso dell’anno, secondo gli spostamenti delle famiglie che vanno e vengono nel quartiere. Nonostante questo la scuola rimane sempre un grande punto di riferimento, come raccontano le maestre.

«Questi bambini hanno qualcosa di speciale: non hanno sovrastrutture né preconcetti»

Forse proprio per tutti gli ostacoli che quotidianamente sorgono, sembrando quasi insormontabili, i nove maestri di via Paravia, di cui cinque di ruolo e i restanti supplenti temporanei, sono convinti che questi bambini siano capaci di grandi cose. «Non hanno sovrastrutture né preconcetti – spiega una giovane maestra alla Lombardo Radice da quasi tre anni – e alcuni sono capaci di apprendere molto velocemente». Tuttavia, dal punto di vista didattico il corpo insegnante ha dovuto modificare i programmi e adattarli all’eterogeneità dei bambini: «Ora lasciamo molto più spazio ad attività come la musica e il disegno, in modo che gli studenti possano imparare divertendosi». Lo racconta una maestra che è lì da vent’anni: ha il viso molto stanco, da cui però una grande pazienza cancella i segni delle difficoltà quotidiane. «Oggi -spiega- è diventato fondamentale per noi l’aiuto della mediatrice linguistica, che è qui da dicembre». Quando manca lei sono i bambini a dover fare da interpreti tra insegnanti e genitori.

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II. Un quartiere difficile

Giovanna De Matteis abita nelle case popolari del quartiere San Siro. È pugliese, ma vive a Milano da anni con i suoi due figli. Il maggiore ha frequentato diversi anni fa la scuola di via Paravia, mentre il più piccolo, Christian, è uno dei 115 studenti di oggi. Frequenta la terza elementare e, per quanto ne sappia la madre, potrebbe essere l’unico italiano dei 25 bambini che compongono la classe. Quando le si chiede se ci siano difficoltà all’interno della scuola, l’elenco si fa lungo: non ci sono attività, né sportive, né di altro tipo e l’abbandono in cui versa la scuola è sempre più evidente.

Giovanna ha provato a coinvolgere gli altri genitori nell’organizzazione di attività per i bambini, per riqualificare gli spazi di via Paravia, ma l’esperimento è durato poco. Troppe difficoltà di comunicazione con gli altri genitori, che hanno una cultura diversa e un altro modo di vivere la scuola.

Viene da chiedersi come mai una madre decida di lasciare il proprio figlio in una scuola come questa. «Christian – racconta Giovanna – è un bambino molto sensibile, quando si affeziona a qualcuno è davvero difficile separarlo. Il cambio di insegnante l’anno scorso gli ha causato pianti e crisi. Ora si è abituato alla nuova maestra, ha iniziato a fidarsi di lei e ci si è affezionato». Spostarlo in un’altra struttura, per di più molto lontana da casa, potrebbe destabilizzare di nuovo il bambino, sottrargli i suoi pochi punti di riferimento. Giovanna tiene duro, ma se c’è da arrabbiarsi non si crea tanti problemi. «Oggi sono arrivata a scuola mezz’ora prima del solito, a sorpresa», racconta. «Volevo controllare che in mensa andasse tutto bene, non si sa mai». Peccato che in bidelleria non ci fosse nessuno a controllare gli ingressi e le uscite. «Il nostro quartiere non è per niente sicuro. E se un pazzo armato avesse deciso di entrare a scuola e di sparare? Oggi non avrebbe trovato nessuno a fermarlo». Così si è fatta sentire.

«Sapete cosa manca, davvero?», chiede Giovanna, prima di rispondere alla sua stessa domanda: «Un preside. Quello che dovremmo avere si è totalmente disinteressato di questa scuola, forse non ci ha mai messo piede dall’inizio dell’anno». E ora che manca un dirigente che riesca a essere un punto di riferimento, il senso di abbandono e l’esasperazione si fanno sempre più forti. «Siamo soli», dicono le maestre.

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III. Il preside

«In tre anni ho visto avvicendarsi quattro diversi dirigenti»

Nessuna punizione spaventa un bambino più del grido: «Vai subito in presidenza!». In questa scuola, però, non si sente mai nessuna maestra spedire un proprio alunno nell’ufficio del preside. E non perché gli studenti siano tutti diligenti.«In tre anni ho visto avvicendarsi quattro diversi dirigenti – racconta Augusta, una giovane maestra -. Questo chiaramente non aiuta e ci fa sentire ancora più abbandonati».

Il nucleo più forte del corpo docenti nonostante tutto resiste, mentre alcuni supplenti, dopo poche settimane, chiedono il trasferimento perché la situazione sembra troppo difficile da affrontare. La buona volontà di pochi non basta quasi più. «Nemmeno noi – confessano tre maestre, tra cui Anita – riusciamo quasi più a immaginare un futuro per questa scuola».

L’attuale dirigente, spiega Anita, si trova all’estero e non tornerà in Italia per almeno un altro paio d’anni. Fa le sue veci il reggente Angelo Rossi, che riconosce alla scuola diversi problemi, dalla mancanza di insegnanti davvero motivati, alla presenza massiccia di studenti neo arrivati che necessitano di prima alfabetizzazione e rendono ancora più difficoltoso seguire i programmi didattici, in continuo, necessario, adattamento. «Una reggenza non può essere la soluzione definitiva – dice -: per riparare il mondo ci vogliono tempo e continuità».

Accusato da genitori e insegnanti di aver messo piede in via Paravia soltanto una volta dall’inizio dell’anno scolastico, il dirigente spiega quanto stia cercando di fare per la scuola. «In pochi mesi – racconta – abbiamo elaborato un progetto Paravia e istituito un tavolo quindicinale a cui partecipano i referenti delle principali istituzioni territoriali, in cui si cerca di trovare soluzioni a tutti i plessi del gruppo di scuole». Con una speciale attenzione per Paravia. «Progettiamo e valutiamo insieme per risollevare le sorti della scuola».

«Gli insegnanti devono avere una motivazione fortissima, sono loro i primi a doversi rimboccare le maniche. Lamentarsi è troppo facile»

«Ci sono stati anche alcuni tavoli – continua Rossi – con gli insegnanti, coi referenti delle scuole e l’assessore alla Pubblica istruzione Francesco Cappelli». L’obiettivo primario è di rivedere a livello interno i compiti degli insegnanti, concentrandosi su una parte fondamentale: l’insegnamento della lingua italiana. «Per classi di circa 20 bambini – racconta – ci sono almeno tre insegnanti e un facilitatore linguistico: mi sembra siano più che sufficienti per gestire le cose». Eppure chi lavora ogni giorno alla scuola di via Paravia sembra sempre più rassegnato. «È necessaria una motivazione fortissima da parte degli insegnanti – ribatte Rossi -. Sono loro i primi a doversi rimboccare le maniche, lamentarsi è fin troppo facile».

«Se i maestri sono scoraggiati – continua Rossi – sono affari loro. Insegnare non è mai stato un mestiere semplice e lavorare non può non essere faticoso. L’insegnamento è in assoluto il mestiere più bello del mondo: in condizioni difficili e di disagio? Ancora meglio!». Una chiave per implementare l’insegnamento sarebbe avere qualche volontario in più disposto a portare i pomeriggi di aiuto allo studio – che già avvengono negli altri plessi dell’Istituto – anche in via Paravia. Per adesso un piccolo aiuto arriva da volontari provenienti dall’Università Bicocca, ma ci vorrebbero altre forze.

«E il Comune – dice Rossi – dovrebbe fare meno chiacchiere». La scuola, secondo il reggente, deve tornare ad essere popolata dai bambini più piccoli: «Un modo potrebbe essere ricollocare all’interno degli spazi due sezioni di scuola materna», che potrebbero dare una mano a rimettere il moto le iscrizioni alla scuola primaria. Un’altra soluzione potrebbe essere un nuovo dimensionamento, che stacchi la scuola dal complesso Calasanzio, dandole una nuova autonomia: «Così acquisterebbe il rilievo e l’importanza che merita e avrebbe un dirigente che possa occuparsene in modo esclusivo». «La Giunta comunale – dice Anita – ha fatto un sacco di promesse, per adesso tutte mancate. Speriamo davvero che Cappelli possa fare la differenza».

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