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Milano - San Siro

Una vita sottosoglia

L’appuntamento è in via Tracia. Una via emblematica, la rappresentazione concreta delle contraddizioni che caratterizzano il quartiere di San Siro negli ultimi anni. La strada è divisa in due da un filo invisibile: da una parte ci sono palazzi con le facciate rimesse a nuovo di recente; dall’altra parte della strada, le pareti degli edifici versano in condizioni fatiscenti. Ma è sufficiente entrare nell’androne delle case riverniciate da poco per rendersi conto che ciò che non è oro tutto quel che luccica. Anche dietro quelle pareti dalle tinte tenui ci sono gli stessi difetti delle vicine grigie strutture, imbruttite dai graffiti.

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Un foglio A4, scritto a mano, sostituisce la classica targa di finto ottone che indica con A B o C il corpo della palazzina. «È incredibile: hanno rotto anche questo vetro», nota rassegnata un’anziana signora mentre sta uscendo per portare il cane a passeggio. Stando a quanto racconta la donna, la vetrata della porta d’ingresso del palazzo è stata danneggiata durante le notte. Basta salire lungo le scale dell’edificio per notare con una rapida occhiata molti altri difetti della struttura, che risulta così un palazzo tutt’altro che accogliente. Oltre all’intonaco cadente, sulle pareti ci sono ampie macchie di umidità. Gli appartamenti sfitti si distinguono grazie alle porte d’ingresso lastrate, nel vano tentativo di evitare che quegli alloggi vengano occupati abusivamente. «Qua non c’è più niente da rubare», recita un post-it attaccato sulla porta d’ingresso di un appartamento. Le paure e l’esasperazione degli inquilini vengono sfogate, anche così. Nero su bianco.

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Dove è il diritto alla casa per chi riesce a ottenere un alloggio popolare, dopo anni di attesa, e si ritrova a vivere in queste condizioni? Come è possibile che migliaia di persone siano iscritte alla graduatoria di Aler (Azienda Lombarda Edilizia Residenziale Milano) mentre molti appartamenti restano vuoti per lunghi periodi? Queste contraddizioni non sono figlie solo della mancanza di fondi, ma anche di decisioni legislative. Una normativa impedisce infatti di riassegnare i monolocali al di sotto di 30 mq, i cosiddetti “sottosoglia”. Per evitare che quel patrimonio pubblico venga sprecato ci sono associazioni che collaborano con Aler e lavorano per rendere nuovamente abitabili quegli spazi. Tra queste c’è Dar Casa.

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I. Dar Casa

Dar Casa è nata negli anni Novanta. Si tratta di «una cooperativa di abitazioni a proprietà indivisa» spiega la responsabile Maria Chiara Cela. «Gestiamo abitazioni di nostra proprietà o di enti pubblici, come il Comune e Aler. Ristrutturiamo le case e poi le affittiamo a prezzi accessibili a persone che non possono accedere al mercato privato».

Dar, che in arabo significa casa, è sempre stato anche acronimo di “diritto a restare” per chi lavora nella cooperativa. Victoria Gomez da circa otto anni è responsabile amministrativa di Dar Casa: si sente parte di un progetto che considera «l’abitazione come un bisogno sociale e un diritto umano inviolabile». Secondo la vicepresidente Sara Travaglini, sociologa, in Dar Casa dal 2005, l’obiettivo della cooperativa è «dare una risposta concreta alla domanda di case in affitto a canoni sostenibili, promuovendo una cultura dell’abitare sociale fatta di responsabilità, coesione e integrazione».

«All’inizio Dar è stata criticata nei quartieri popolari perché veniva percepita come causa di ulteriori problemi»

«All’inizio Dar è stata criticata nei quartieri popolari perché veniva percepita come causa di ulteriori problemi, portando aiuti alla popolazione straniera in una situazione già connotata da difficoltà» continua Travaglini. «Dopo i primi interventi, in alcuni casi, sono stati gli stessi residenti a richiedere al Comune che ci venissero assegnati altri alloggi affinché non rimanessero vuoti e sfitti».

Gli appartamenti, liberati dal precedente inquilino, vengono ristrutturati ex novo oppure modificati solo in parte da alcune ditte per conto della cooperativa, che si occupa poi di riassegnare gli appartamenti ai propri soci. Tutto ciò è possibile attraverso «prestiti sociali o finanziamenti e mutui bancari – spiega Maria Chiara Cela -. L’investimento, effettuato da Dar Casa, viene recuperato con l’affitto pagato negli anni dai soci o con sconti sui canoni di affitto concordati con Aler».

Gli affitti di Dar Casa non sono calcolati in base al reddito del socio, come avviene per le case di Aler, ma in base ai metri quadri degli appartamenti. «Per un monolocale si parte dai 200 euro , spese di condominio incluse – continua Maria Chiara -. Diversamente, per bilocali, situati in zone come San Siro e Quarto Oggiaro, si spendono tra i 350 e i 400 euro al mese».

«Per un monolocale si parte dai 200 euro , spese di condominio incluse. Per i bilocali invece si spendono tra i 350 e i 400 euro al mese»

Gli alloggi vengono assegnati ai soci in base ad una graduatoria redatta dalla cooperativa secondo alcuni specifici parametri. «I criteri sono: l’ordine cronologico di iscrizione e le variabili legate alla tipologia di alloggio richiesto, alla zona e all’ampiezza del nucleo familiare» spiega Maria Chiara. Inoltre vengono valutati il reddito e il mancato possesso di una casa di proprietà. Per iscriversi a Dar Casa è necessario recarsi presso la sede della cooperativa e pagare una quota di iscrizione pari a 25,82 euro. Per essere inseriti nella lista di prenotazione bisogna versare un’altra quota della medesima cifra.

«La nostra lista di prenotazione non è propriamente parallela a quella per l’assegnazione della casa ERP (Edilizia Residenziale Pubblica), anche se molti dei nostri soci in lista, e anche molti assegnatari, hanno i requisiti per l’accesso alla casa popolare e sono iscritti alle graduatorie comunali» precisa la vice -presidente Travaglini. «La differenza sostanziale – continua – sta nel fatto che noi, al momento dell’iscrizione, non richiediamo il permesso di soggiorno, necessario solo al momento dell’assegnazione, e non escludiamo gli occupanti abusivi né chi non ha sufficienti anni di residenza in Lombardia».

In passato però i sindacati degli inquilini hanno criticato Dar Casa perché gli alloggi, che il Comune e Aler hanno affidato alla cooperativa, vengono sottratti dal patrimonio ERP per essere poi riassegnati senza seguire le graduatorie dell’edilizia residenziale pubblica. «Sono alloggi che per le loro dimensioni o per le condizioni di degrado in cui versano non sarebbero comunque assegnabili e resterebbero sfitti e inutilizzati – spiega la Travaglini – mentre Dar li recupera con risorse proprie e li rende disponibili per famiglie o singoli, portatori di un forte bisogno abitativo». Proprio come accade per i cosiddetti sottosoglia.

II. I sottosoglia

Vengono tecnicamente definiti sottosoglia gli spazi abitativi sottodimensionati rispetto alle normative vigenti. Il Regolamento Regionale 1/2004, infatti, impone che un appartamento di edilizia pubblica inferiore a 28,80 mq calpestabili non possa essere assegnato tramite le regolari procedure e non possa quindi essere disponibile per le graduatorie dell’Edilizia Residenziale Pubblica.

Secondo quanto riportato dallo studio del Politecnico di Milano “Vuoti A Rendere. Progetti per la reinterpretazione e il riuso degli spazi nell’edilizia pubblica” a cura di Francesca Cognetti, nel patrimonio di proprietà̀ del Comune di Milano sono 393 le unità abitative sottostandard (considerando gli appartamenti tra i 20 e i 28,80 mq): “la più grande concentrazione si ha nel quartiere Erp di Quarto Oggiaro dove sono collocati 217 appartamenti di piccole dimensioni; sono inoltre presenti altre importanti aggregazioni presso i quartieri Cà Granda Nord, Monterotondo e Isola, e nei quartieri storici di via Solari 40 e viale Lombardia 65. La restante parte sono unità che punteggiano la città tra aree molto esterne e periferiche”. Per evitare che questi alloggi rimangano sfitti, Aler e Comune hanno deciso di estrapolarli dal loro patrimonio per affidarli a associazioni o cooperative come Dar Casa, che si occupa di ristrutturare due o più sottosoglia, accorpandoli, per poi riassegnarli ai propri soci.

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III. I soci

Ad oggi 1300 persone hanno aderito al progetto di Dar Casa. «Bisogna distinguere i soci iscritti alla nostra lista di prenotazione, che sono dunque in cerca di un alloggio e coloro che hanno ottenuto l’assegnazione di una casa da chi ha aderito alla cooperativa con motivazioni, legate agli ideali, e dalle persone che sostengono la sua attività attraverso il prestito sociale, le donazioni oppure il lavoro volontario», precisa la vice presidente Travaglini.

Il 65% dei soci di Dar Casa possiede una cittadinanza diversa da quella italiana. Per quanto riguarda invece la distribuzione fra uomini e donne vi è una leggera prevalenza femminile. «Si tratta sia di single che di famiglie con basso reddito, lavori precari e situazioni abitative instabili» aggiunge. Negli ultimi tempi il numero degli italiani che si iscrive alla lista di prenotazione sta crescendo molto.

«Se una volta i nostri soci erano persone che avevano la possibilità di sostenere un affitto a canone moderato – racconta Victoria Gomez, responsabile amministrativa di Dar Casa – oggi queste stesse persone non riescono nemmeno a potersi permettere la spesa, poiché si trovano in una situazione molto disagiata. Si tratta di una condizione di emergenza a cui nemmeno lo Stato risponde, anche se sarebbe suo compito farlo. Chiaramente questo mutamento di target ha come diretta conseguenza un problema di morosità che causa danni non indifferenti anche alla nostra cooperativa», continua Gomez.

Nel quartiere milanese di San Siro, Dar Casa ha in uso 39 appartamenti. In uno di questi alloggi vive Papagora Gueye, 39enne e originario del Senegal. Arrivato in Italia nel 2000, Gueye vive e lavora a Milano da 15 anni. Trovare una casa in città è molto difficile, non solo a causa degli alti costi degli affitti, ma anche perché la richiesta abitativa è maggiore rispetto all’offerta degli appartamenti. «Quando cercavo casa il problema erano soprattutto i proprietari», racconta il 39enne. «Dopo vari incontri e trattative, spesso decidevano di non affittarmi più la casa».

Questa è la sua odissea abitativa: «Ho avuto molti problemi nel trovare un appartamento. Era il 2007. È stato in quel periodo che ho deciso di rivolgermi a Dar Casa», racconta Papagora. Dopo aver fatto domanda ad un’altra cooperativa e aver anche iniziato le pratiche per richiedere un alloggio al Comune di Milano, Gueye si è iscritto alla lista di prenotazione di Dar Casa. Dopo anni di attesa, nel 2013, Papagora è riuscito ad ottenere un alloggio con un contratto temporaneo, che è poi diventato definitivo all’inizio del 2015. «Avrei voluto conoscere prima Dar Casa per evitare di essere fregato e per poter vivere in tranquillità», rivela.

L’affitto del bilocale, dove Gueye vive da solo, ammonta a 360 euro. Una cifra che riesce a permettersi grazie ad uno stipendio di 1200 euro circa. Ma se avesse una famiglia, come lui stesso ammette, non riuscirebbe a sostenere tutte le spese. Bisogna considerare che si sta parlando di un appartamento di piccole dimensioni situato in un quartiere, che lui stesso racconta come «una zona non molto tranquilla, dove ci sono molte persone che occupano le case abusivamente».

«Ho visto persone che sfondano anche le porte lastrate e spaccano i muri. Ho assistito io stesso a degli sgomberi da parte della Polizia, quelle case sono state rioccupate nel giro di poche ore» ricorda il trentanovenne «in questo quartiere la sicurezza manca. Sinceramente non crescerei qui i miei figli, ma è molto economico e vicino a dove lavoro».

Secondo Victoria Gomez i principali problemi di un quartiere come quello di San Siro sono «il degrado urbanistico ed edilizio delle strutture, i pregiudizi, l’abbandono sociale delle istituzioni e il senso d’insicurezza». Proprio quest’ultima problematica è quella che preoccupa di più Gueye, che sta per partire verso il suo Paese d’origine, il Senegal, per un lungo periodo: «Starò via per alcune settimane e non ho lo spirito tranquillo. Per essere più sicuro ho segnalato la mia partenza a Dar Casa».

Termini come insicurezza, degrado e emergenza abitativa sono utilizzati spesso anche sulle pagine dei giornali per raccontare questa zona della città. Ma il quartiere di San Siro e le sue strade, come via Tracia, non sono solo tutto questo. Oltre le facciate rimesse a nuovo da poco o abbruttite da anni di gestione negligente, ci sono storie come quelle di Papagora Gueye e Dar Casa. Persone spinte dalla consapevolezza che, nonostante la crescente indifferenza di molti e persino dello Stato, il diritto alla casa è un valore imprescindibile.

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