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Milano - San Siro

Una mappa sociale per San Siro

La sede di Mapping San Siro è arredata con quel poco che serve al gruppo di ricercatori per lavorare: due tavoli, qualche sedia, uno scaffale con depliant e dispense che parlano del quartiere, caffè solubile in quantità sempre pronto per gli ospiti di passaggio. Sono giorni in cui a Milano non si parla d’altro che di case occupate, con sgomberi, proteste, scontri tra polizia e centri sociali a fare da sfondo. Eppure in via Abbiati 4, dove il Politecnico ha affondato le radici con discrezione, riadattando un ex bar messo a disposizione da Aler, il battito degli eventi quotidiani ha una sua regolarità. I residenti seguono la cronaca con un misto di curiosità e fastidio, sanno che ciò che oggi fa notizia tra un mese sarà scivolato fuori dal radar dei quotidiani.

«Un'intervista non basta a a spiegare San Siro. Il quartiere è un crogiolo di diversità. Bisogna moltiplicare gli sguardi»

I ricercatori di Mapping sono entrati in questa polveriera con passo leggero, nei primi mesi del 2013, vincendo l’iniziale diffidenza del quartiere. Poco alla volta si sono inseriti in un tessuto sociale e urbano attraversato da tensioni di ogni tipo, attratti dal sospetto che la vera notizia sia quello che si muove sotto la superficie dell’emergenza. Il focus di interesse sono i temi dell’abitare e le prospettive del patrimonio di case pubbliche a Milano. Ma non solo. Il loro punto di osservazione si affaccia direttamente sulla strada, o meglio, sul marciapiede. Trentametriquadri è un locale con due grandi vetrine, dove i passanti entrano per una segnalazione, raccontare storie, o semplicemente per scambiare quattro chiacchiere. «Un’intervista non basta a spiegare tutto questo – mette le mani avanti Francesca Cognetti, coordinatrice del progetto -. San Siro non è solo un quartiere problematico di Milano: è una realtà complessa, un laboratorio sociale che può aiutarci a capire dove stiamo andando. La descrizione di un singolo aspetto sarebbe riduttiva. Dobbiamo moltiplicare gli sguardi. Per questo siamo qui».

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Francesca Cognetti e Liliana Padovani davanti alla sede di Mapping San Siro.

I. Ricercatrici di strada

Francesca Cognetti si occupa di urbanistica ed edilizia pubblica. È sua l’intuizione di portare il Politecnico dentro il quartiere ed è lei ad animare il gruppo di ricerca con Liliana Padovani, docente di Politiche urbane e territoriali allo Iuav di Venezia. Dopo un anno di osservazione, si sono fatte un’idea abbastanza precisa dell’identità di San Siro, che riassumono in una definizione asciutta asciutta: un luogo dove coesistono troppe realtà diverse per limitarsi a contrapposizioni riduttive tra gli abitanti in regolari e abusivi, tra buoni e cattivi.

Il progetto Mapping nasce con l’intento di sviluppare attività di “ricerca partecipata” assieme ai soggetti attivi nel quartiere. E appunto parlando con le persone Francesca e Liliana hanno ricostruito un’altra mappa di San Siro, a prima vista invisibile: quella delle reti e dei legami che costituiscono il tessuto sociale, e che si sostituiscono all’amministrazione pubblica, quando questa non riesce ad arrivare.

Nei differenti spazi di San Siro prendono corpo pratiche legate all’abitare difficile, alla convivenza tra diversi, al riadattamento degli stili di vita.

Queste pratiche interagiscono con alcuni ambienti del quartiere: le corti, la casa, gli spazi comuni, i servizi, gli esercizi commerciali. Il risultato è un sistema complesso di luoghi legati agli usi sociali, ma anche una geografia dell’abbandono e del conflitto, che faticano a relazionarsi a un sistema di norme di governo.

Anche Francesca vive a San Siro. O meglio, vive oltre piazzale Brescia, la linea che separa la fascia popolare da quella residenziale. «Casa mia si trova giusto sul confine ideale fra questi due mondi – spiega -. Ho sempre provato una forte attrazione per questa zona. Anche se l’occasione per frequentare davvero il Quadrilatero, come chiamano le case popolari raccolte tra via Ricciarelli e via Paravia, è stata la decisione di iscrivere mia figlia Lisa a una delle scuole di quartiere. Una scuola considerata difficile, con un alto numero di ragazzi stranieri, sicuramente un punto di incontro tra due anime di Milano, la città dei poveri e la città dei ricchi. Questa scelta mi ha aperto una finestra su San Siro».

«La scuola di mia figlia mi ha aperto una finestra su questo quartiere»

La scuola della figlia ha permesso a Francesca di immergersi nel tessuto umano e sociale del quartiere: «All’improvviso quelli non erano più solo gli “stranieri” o “gli abitanti dell’edilizia pubblica”, persone di cui mi ero occupata solo nei miei studi, ma i compagni di classe di mia figlia e i loro genitori. È stato come scoprire un mondo che era sempre stato lì, a portata di mano, ma di cui non mi ero mai accorta davvero». La curiosità e la scoperta di tante situazioni di grande sofferenza hanno portato Francesca dietro i cancelli di via Maratta e via Ricciarelli, fino in via Abbiati. Le feste di compleanno dei bambini della scuola sono diventate l’occasione per entrare nelle case e parlare con chi ci abita.

«A un certo punto mi sono accorta che cercavo una scusa qualsiasi per passare dal quartiere, una commissione o accompagnare i bambini da qualche parte». Poi la curiosità è diventata interesse scientifico, e San Siro è entrato a far parte dell’attività accademica di Francesca, che ha raccolto l’interesse di alcuni suoi studenti per lavorare con loro alle prime tesi di laurea sulle case.

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Mapping San Siro è un gruppo di ricerca universitaria del Politecnico di Milano che da oltre un anno è attivo nel quartiere di edilizia pubblica San Siro a Milano. Questa esperienza ha una natura sperimentale nel panorama dell’università italiana, collocandosi all’incrocio tra didattica e ricerca, tra ricerca e azione. Mapping studia il quartiere di San Siro attraverso il coinvolgimento diretto del contesto locale. Le attività di ricerca sono sviluppate in stretta collaborazione con cooperative, associazioni, gruppi di cittadini e gli abitanti del quartiere, sperimentando un modo nuovo di stare sul campo, fondato sulle pratiche di dialogo e ascolto.

«Il primo passo concreto – prosegue Francesca Cognetti – è stato, a marzo 2013, il workshop di ricerca-azione, organizzato con Beatrice de Carli e promosso dalla Scuola di Architettura e Società e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. L’idea era studiare San Siro sviluppando una sorta di “mappatura partecipata” che individuasse gli spazi-chiave e le relazioni sociali e istituzionali che lo attraversano». In pochi giorni il gruppo di ricerca si è ritrovato tra le mani una quantità di materiale inaspettato: «È a quel punto che abbiamo deciso di non fermarci e fare di Mapping un gruppo di ricerca stabile».

Ma perché San Siro ha bisogno di una mappa? Ridisegnare i confini, i luoghi, gli spazi del quartiere è un’operazione per niente scontata. E complesso è il metodo che il gruppo di Mapping applica nello studio del tessuto urbano che lo circonda.

«Vedi questa mappa? – chiede Francesca mostrando una cartina del Quadrilatero -. Questo è il quartiere che era stato progettato, ma è una rappresentazione che corrisponde solo in parte alla realtà. È solo una mappa che riporta i nomi delle vie, sulla quale si possono riconoscere gli isolati dove sorgono le case popolari Aler. Ma un foglio di carta che non è in grado di dire niente sulle realtà sociali che popolano quelle strade e quelle palazzine. Il nostro obiettivo è collocare sulla mappa questo mondo, che altrimenti rimarrebbe senza un’identità, indefinito».

Mapping fa quella che gli accademici chiamano ricerca-azione, un metodo di studio che nasce dal confronto tra studiosi e attori presenti sul territorio per elaborare soluzioni ai problemi legati alla vivibilità, all’integrazione, alla lotta all’emarginazione sociale. Spiega Francesca: «Mi sono avvicinata a questo strumento grazie all’incontro con un gruppo di studiosi della Ucl di Londra, che si occupavano di mappare i villaggi informali, le baraccopoli, del Global South».

Le case popolari non sono come le favelas, ma due mondi apparentemente così lontani hanno in comune la medesima informalità di rapporti e di situazioni. Da una parte una città che cresce senza un’identità urbana definita, dall’altra un progetto razionale di gestione degli spazi che, nell’assenza di un intervento pubblico coerente e costante, sviluppa al suo interno realtà autonome in cerca di una qualche forma di legittimazione. «La mappa di San Siro mostra un reticolato di vie, piazze, cortili, edifici. Questa cartografia non descrive però i rapporti sociali, le relazioni e gli spazi che si sono strutturati nel quartiere. Noi vogliamo disegnare una nuova mappa che racconti cosa è oggi San Siro».

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II. Che fine ha fatto il quartiere modello?

San Siro si presenta con un impianto urbano pensato secondo regole geometriche (il Quadrilatero, appunto) percorso all’interno da un reticolato di vie: «Le abitazioni sono disposte lungo il cosiddetto “asse termico”, in modo da ottenere la migliore esposizione al sole possibile», precisa Liliana Padovani.

Alla fine degli anni 40, quando furono terminati i lavori, il quartiere era inserito in un contesto completamente diverso da quello attuale. Le abitazioni si trovavano a pochi passi dall’aperta campagna. Solo con il tempo San Siro è stato inglobato dal resto della città e oggi si presenta come una periferia relativamente prossima al centro, collocata a pochi isolati dal quartiere residenziale di De Angeli e City Life (l’ex Fiera), sul limitare della circonvallazione.

«Sebbene sia stato costruito in tempo di guerra, e quindi con materiali molto poveri, – continua la professoressa Padovani – il quartiere voleva essere una sorta di città del futuro, un modello per tutti gli altri. All’interno degli edifici fu sperimentata una soluzione di alloggio minimo, molto piccolo ma dignitoso, dove per la prima volta cucinotto e bagno erano inseriti all’interno dell’abitazione».

«Quando abbiamo inaugurato la sede del nostro laboratorio di via Abbiati si sono presentati due signori ben vestiti. Erano stati da poco sfrattati da una casa del centro e ci confidarono di aver molto apprezzato il conforto di un piccolo appartamento ben progettato». Peccato però che questo esperimento così innovativo non abbia resistito alla prova dei fatti.

I fatti ci dicono che dagli anni 40 a oggi, in molte parti del quartiere, non è stato realizzato neanche un intervento di manutenzione. Lo si vede camminando per le strade, dove le facciate dei palazzi sembrano sul punto di sgretolarsi: l’intonaco che cade dai muri, le crepe, le finestre senza vetri. Sulle ragioni che hanno portato a un simile stato di abbandono le due urbaniste concordano: l’edilizia pubblica in Italia è stata sempre considerata di serie B. «Negli altri Paesi le case popolari non sono destinate solo alla fascia più bisognosa della società. In Svezia molti dipendenti pubblici, ad esempio i docenti universitari, abitano in edifici di proprietà dello Stato – spiega Francesca -. All’estero esiste un approccio diverso, le amministrazioni continuano a investire nell’edilizia popolare». E i risultati si vedono: in Europa la quota di case di proprietà dello Stato è decisamente alta, fra il 15% e il 18%, mentre in Italia siamo solo al 4%. È dagli anni Novanta che non si costruisce quasi più.

Un altro problema tutto italiano è la mancanza di un’area cuscinetto tra edilizia pubblica e privata. In una città come Milano, chi vuole uscire dalle case popolari deve fare i conti con l’affitto. Significa passare, nel migliore dei casi, da 200 a 1000 euro al mese, perché il canone moderato e il social housing sono praticamente inesistenti. «La diretta conseguenza della mancanza di una politica della casa che articoli l’offerta nelle sue varie componenti (priva, social housing, settore pubblico) crea come ricaduta una totale assenza di ricambio nell’edilizia pubblica, il concetto di casa pubblica come alloggio temporaneo, di casa che ha una durata legata a uno stato di necessità, viene meno. Da un lato perché molti non hanno la possibilità di pagare cinque volte tanto per l’affitto di un appartamento, dall’altro perché non ci sono i controlli necessari: non vengono fatti regolari aggiornamenti né sul reddito né sulla composizione del nucleo familiare».

«A Milano ci sono 75mila alloggi e 20mila domande di persone che rimangono in attesa di una casa senza sapere per quanto»

Questa situazione di stallo spiega le 20mila domande in attesa di assegnazione su un totale di 75mila alloggi presenti in città. I tempi di smaltimento delle liste sono sconfortanti: ogni anno vengono liberati circa mille appartamenti, ma una quota rilevante è destinata alle emergenze, cioè a tutti coloro che, pur non essendo in graduatoria, hanno diritto alla casa per aver subito uno sfratto. Si arriva così al fenomeno delle occupazioni e degli abusivi, spesso indicati come causa di tutti i mali.

Il sindaco Pisapia, lo scorso novembre, ha voluto dare un segnale di cambiamento interrompendo la collaborazione con Aler e affidando la gestione delle case popolari alla società Metropolitana Milanese. «È stata una scelta coraggiosa – commenta Francesca – ma avrà anche degli effetti negativi». Il timore delle ricercatrici è che a fare le spese del passaggio di competenze sia proprio San Siro: l’intero quartiere, infatti, è di proprietà di Aler e per questo motivo non rientrerà nella nuova gestione da parte di MM. «Rischia di essere un alibi per l’amministrazione comunale, che potrà così disinteressarsi di San Siro».

Il già disastrato Quadrilatero rimarrà così nelle mani di quella che da più parti viene indicata come una delle cause principali della cattiva gestione dell’edilizia popolare milanese: l’Azienda Lombarda Edilizia Residenziale, ente regionale nato in sostituzione dell’Istituto per le Case Popolari, che dal 1996 si occupa di amministrare e riqualificare le case popolari della città. Da tre anni attraversa una situazione economica disastrosa, frutto di logiche di gestione del patrimonio che non ne hanno favorito la valorizzazione e di scelte poco attente alla sostenibilità sociale ed economica degli interventi. Aler ha accumulato un buco di 306 milioni e si trova a un passo dal fallimento.

Così, chiuso in queste logiche, San Siro resta un quartiere dove la rabbia diffusa si mescola agli sforzi concreti per superare il disagio e la marginalità. Mapping, intanto, è diventato un punto di riferimento: da quei 30 metri quadri vista strada si progetta dal basso una nuova socialità.

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