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Milano - San Siro

Sotto canestro con i San Siro Lakers

Se hai otto, nove, dieci anni e abiti a San Siro, trovare qualcosa da fare nel pomeriggio può essere un problema. Il quartiere ha spazi ricreativi pomeridiani quasi inesistenti, e problematiche più urgenti da risolvere. Sfratti, case occupate, integrazione e multiculturalità. Temi scottanti, ma quando sei alle elementari sono cose che ti interessano poco o niente. Sono cose da “grandi”.

E visto che i grandi hanno altro a cui pensare, spesso non si pongono nemmeno il problema di cosa far fare ai bambini dopo la mattinata trascorsa a scuola. Molti ragazzi vengono parcheggiati davanti alla televisione per tutto il pomeriggio; altri vengono lasciati a sé stessi ad autogestirsi. In questo cortocircuito cerca di inserirsi l’iniziativa dei San Siro Lakers, per dare un’alternativa ai bambini del quartiere.

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I. I San Siro Lakers

Nella scuola di via Paravia, il martedì e il giovedì pomeriggio si gioca a basket. Circa trenta ragazzini di varie nazionalità si riuniscono, alternandosi in due gruppi, per allenarsi sotto canestro. Sono loro i San Siro Lakers. L’iniziativa è nata otto anni fa grazie al sostegno del consiglio di zona e dell’Associazione Tutti Insieme. Lo scopo? Un’occasione di svago e di coesione per i bambini della scuola che abitano e vivono questo quartiere difficile.

«Nel quartiere da anni non ci sono spazi e i bambini non hanno la possibilità di fare sport. Così, dopo la scuola, passano i pomeriggi davanti alla televisione o per strada. I genitori spesso lasciano che questi ragazzini si autogestiscano i pomeriggi: noi vogliamo fornire un’alternativa alla televisione e ai videogame», spiega Anita Labò insegnante e coordinatrice del progetto.

«Senza un controllo, molti di questi ragazzini sono vere bombe ad orologeria: la scuola è una giungla e spesso si creano situazioni spiacevoli o critiche, tra litigi e risse sfiorate»

Il basket è uno sport che insegna a stare insieme: si impara il gioco di squadra. Nessuno è indispensabile, tutti sono fondamentali. Insegna a coesistere, a rispettare il prossimo, ad aiutare il compagno. Il mini basket, soprattutto, è quasi interamente proiettato verso questo genere di insegnamenti. E non c’è nessuna differenza tra maschi e femmine: qui si gioca tutti insieme. Anzi: a questa età le ragazze si sviluppano precocemente rispetto ai ragazzi, col risultato che in molti casi sono più alte dei maschietti, e più forti sotto canestro. «La scuola basket ha una doppia valenza: da una parte rappresenta l’unica occasione di attività sportiva. Dall’altra, attraverso le regole dello sport, tentiamo di insegnare ai bambini più problematici come comportarsi nella vita di tutti i giorni».

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II. Lo sport è educazione

«Dopo ore di lezione tra i libri, i bambini qui possono sfogarsi. Sono sempre entusiasti, a volte spesso persino troppo»

Il nome Lakers deriva da una delle due squadre di Los Angeles che milita nella Nba, il campionato di basket statunitense, il più importante del mondo. Negli Usa il basket è seguitissimo, anche – e soprattutto – a livello scolastico. La Ncaa è il campionato che si svolge tra le squadre dei vari college americani, e per ogni partita si mobilitano tutte le principali televisioni nazionali. Esiste anche una vasta filmografia a proposito, e chiunque abbia visto almeno un film sul basket scolastico americano sa che è molto seguito anche l’aspetto dell’istruzione. In questi film c’è regolarmente la frase dell’allenatore che dice più o meno così: se non mi porti una pagella sufficiente, non giochi nella mia squadra. Nella realtà è un po’ diverso, ma l’immagine rende bene l’idea di ciò che succede per davvero nella scuola di via Paravia. Qui il rapporti tra maestre e allenatori è costante, ed entrambi usano l’altra figura per invitare i bambini a convivere tra loro nel rispetto delle regole. Esempio: il bambino si comporta male a scuola? Niente allenamento al pomeriggio. E viceversa: la bambina fa i dispetti durante l’allenamento? Ne viene subito informata la maestra che prenderà provvedimenti disciplinari. Una velata minaccia che serve per far crescere ed educare la baby comunità.

Sono le quattro di un assolato giovedì pomeriggio di metà marzo. L’entrata della palestra si trova alla fine di un lungo corridoio che costeggia la scuola araba. Non c’è anima viva. Pochi minuti dopo iniziano a sentirsi piccoli passi che, come schiocchi di dita, dal ritmo sempre più veloce, invadono con il loro suono le aule vicine. I bambini e le bambine si avvicinano correndo, le borse ondeggianti e le scarpine da ginnastica che battono sulle mattonelle profumate di detersivo al limone. Passano e non ti guardano, puntano subito agli spogliatoi, ridendo e scherzando tra di loro; una ragazzina marocchina grida alla sua amica dietro di lei di sbrigarsi, perché è tardi: tra cinque minuti inizia l’allenamento. Tra cinque minuti si gioca a basket.

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«Il basket è uno sport che presuppone il massimo rispetto per l'avversario, molto più del calcio. Le sue regole possono essere applicate nella quotidianità»

«Dopo ore di lezione tra i libri, i bambini qui possono sfogarsi. Sono sempre entusiasti, a volte spesso persino troppo. Ma è bello vederli fare sport liberi e felici per un’ora e mezza la settimana, sentirli dire che non vedono l’ora che arrivi la lezione successiva». Alessandra Tonduti ha poco più di trent’anni e da cinque allena, come volontaria, la squadra dei San Siro Lakers. Come sempre, è lei che ha riunito i ragazzi delle classi e li ha accompagnati verso la palestra. «Quando l’Associazione Tutti Insieme mi ha chiesto di insegnare il basket, ho subito accettato. Io sono un’allenatrice di calcio, di questo sport sapevo poco. Però mi è sempre piaciuta l’idea dello sport e delle sue regole come strumento educativo per i giovani».

«I bambini hanno storie diverse, spesso vivono in condizioni difficili», continua Alessandra. «Alcuni di loro sono giudicati dei casi disperati in partenza. Le prime volte che insegnavo, alcune insegnanti mi davano delle pacche sulle spalle, come se fossi destinata al patibolo. All’inizio ero spaventata, ma poi, dopo pochi incontri, mi sono accorta che basta spiegare loro le cose, insegnare un paio di regole, saperli ascoltare».

Tempo fa i volontari erano venuti ad allenare due anziani di un oratorio vicino. «Una volta avevano persino squalificato tutta la squadra. Li castigavano spesso, li prendevano di petto, ma causavano il risultato opposto, perché così sfidavano i ragazzi a fare quello che volevano». Alessandra è convinta che, con questi ragazzi, bisogna avere un modello educativo completamente diverso, altrimenti si ha già perso in partenza. Non si può pensare a questo gruppo solo come a una ‘squadra di basket’, ma soprattutto come a un luogo di miglioramento collettivo. In questo modo, il rispetto delle regole di questo sport, come quella di evitare il contatto fisico, diventano espedienti per imparare le regole della vita e affrontare i propri problemi. «Il basket è uno sport che presuppone il massimo rispetto per l’avversario, molto più del calcio. Le squadre opposte giocano insieme, non sono separate da una rete, come nella pallavolo. Il significato delle sue regole, come quella di evitare il contatto fisico, possono essere applicate nella quotidianità».

Dello stesso parere è anche Giorgio Benfenati, giocatore di basket professionista, che allena i San Siro Lakers da due anni. «Ora stiamo lavorando sui fondamentali del basket. In questi pochi mesi abbiamo avuto miglioramenti eccezionali», afferma Giorgio con un grande sorriso. «Le prime volte era un disastro. C’è chi voleva imporsi e fare quello che voleva, altri invece non prestavano attenzione. Presto però i bambini hanno iniziato ad appassionarsi a questo sport e a esprimere le loro personalità differenti nel loro modo di correre, di dribblare e di passarsi la palla. Non pensano più a litigare».

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III. Una sfida all'integrazione

«Sarebbe bello che i ragazzi seguissero un percorso educativo, oltre che sportivo, fino all’adolescenza».

Certo, a volte capitano situazioni difficili. Due anni fa l’episodio più grave. «Due bambini, uno egiziano e l’altro marocchino, avevano iniziato a provocarsi a vicenda», ricorda Alessandra. «Pochi giorni dopo i loro padri si sono presi a botte fuori dalla scuola». Gli screzi in squadra avevano riacceso le diatribe irrisolte degli adulti. Accade spesso che i ragazzi siano fomentati dai genitori contro qualcosa o qualcuno, trovando così normale farsi valere all’interno delle mura scolastiche. «Con le maestre abbiamo iniziato una lunga serie di colloqui con entrambe ‘le parti’ per risolvere la situazione; abbiamo parlato con loro, cercando di comprendere le loro ragioni. C’è voluto tempo, ma alla fine i genitori dei due bambini si sono stretti la mano. E i ragazzini hanno iniziato a passarsi la palla durante gli allenamenti. Insomma, abbiamo vinto noi». Il rapporto professionale tra maestre e allenatori, del resto, è fondamentale per l’educazione dei ragazzi. «Loro ci avvertono: “Stamattina questi due hanno litigato, sorvegliali”. Oppure: “Questo bambino oggi è una bomba ad orologeria”. Ci usano come spauracchio, minacciando i ragazzini che, se non fanno i bravi, oggi niente basket. Al contrario, se si comportano male quando sono con noi, diciamo loro che lo avremmo riferito alla maestra. Cerchiamo di collaborare insieme e di coinvolgere quanto più possibile anche i genitori nei problemi dei ragazzi».

Al di là di alcune diatribe isolate, tra i bambini non esistono problemi di integrazione. Per loro, che sono nati e cresciuti in quel microcosmo multietnico che è il quadrilatero di San Siro, è assolutamente normale avere la compagna di banco cinese e giocare a nascondino con amici rumeni o sudamericani. «Semmai sono proprio i bambini italiani a sentirsi gli stranieri», osserva Alessandra. «Ne abbiamo solo due in tutta la scuola». È più difficile, all’inizio, che un maschio accetti di passare la palla a una bambina. Ma, anche questo, dopo le prime resistenze, diventa naturale.

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La scuola di basket di via Paravia è, per ora, una realtà unica nel quartiere. Dopo le elementari, i bambini che vorrebbero continuare a giocare non ne hanno la possibilità, e così ritornano a passare tutti i loro pomeriggi in strada, o davanti a uno schermo. «L’anno scorso tre o quattro sono andati nella squadra dell’oratorio di piazzale Brescia, ma per gli altri non c’è stato nulla da fare. Per due anni abbiamo organizzato dei corsi per le medie nella vicina scuola di via Dolci».

La realtà, però, è che la stessa scuola di basket ogni anno rischia di chiudere i battenti. Tra il sostegno di associazioni e piccoli finanziamenti esterni, è sempre sopravvissuta. Ma appena arriva l’estate, la certezza di ritrovarsi insieme in palestra in autunno non c’è. «A ottobre, quando mi rivedono entrare in classe per annunciare la ripresa degli allenamenti, mi accolgono con un grido di gioia. Non vedono l’ora di ricominciare».

L’ora e mezza di allenamenti è quasi finita. I bambini e le bambine escono dalla palestra, stanchi e sudati ma con il sorriso sulle labbra. La lezione si è svolta con spensieratezza: Basam è stato un asso con il tiro al canestro, mentre Sandi e Kenny hanno mostrato notevoli miglioramenti nel terzo tempo: una tecnica non facile da mettere in pratica, soprattutto alla loro età. Non ci sono stati litigi, per fortuna, e nessun bambino si è rifiutato di ripeter gli esercizi assegnati. È stato un pomeriggio sereno per tutti. Le grida, il rumore dei passi e i tonfi sordi dei palloni da basket si spengono a poco a poco e ritorna il silenzio nella grande palestra della scuola di via Paravia.

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