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Milano - San Siro

Sicet, l’avvocato del diavolo

Roberto Cetara, delegato Sicet per San Siro, fa scivolare le dita sul dorso di una lunga pila di cartelle rosse. Sarebbero innocui faldoni come molti altri che la burocrazia italiana produce, se non fosse che contengono centinaia di ultimatum di sfratto: avvisi e notifiche delle famiglie che dovranno lasciare San Siro.

Una scure che si abbatte sistematicamente sul quartiere e che il signor Roberto, con la flemma dell’ambasciator che non porta pena, dispensa da dietro la sua scrivania, al civico 3 di piazzale Falterona. Il Sicet è una zona franca tra chi assegna le case e chi le toglie. Alla bisogna, la piccola sede si affolla di bisognosi di aiuto per uno sfratto notificato. Quel che conta è non perdere la tramontana ed essere precisi, molto precisi.

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Roberto Cetara lo sa e, in fondo, lo ha imparato in anni di lotte, storture burocratiche, pasticci, discussioni tra l’incudine e il martello, tra l’Aler (l’Agenzia Lombarda Edilizia Residenziale) e gli abitanti di San Siro. Spiega, mentre apre l’armadio, con la stessa meticolosa attenzione che riserva ai suoi faldoni: «Nel 2013 è scoppiata la crisi economica. Le famiglie che già faticavano a pagare l’affitto, con meno soldi in tasca, hanno smesso definitivamente di pagare e la voragine nel bilancio dell’Aler ha ridotto gli appartamenti abitabili per mancanza di fondi».

«Con la crisi la voragine nel bilancio dell’Aler è cresciuta, riducendo gli appartamenti abitabili»

Senza gli interventi di restauro sulle strutture, all’Aler rimaneva poco patrimonio immobiliare da sfruttare, tra quello gestito. Inoltre, la vita nel quartiere era peggiorata: senza gli investimenti tutto andava verso il degrado. L’abitabilità a San Siro subì un netto calo e la disaffezione dei residenti aumentò di parecchio, visto che l’abbandono delle istituzioni era evidente. Prima del 2013, la manutenzione degli immobili veniva sempre eseguita. «In ritardo, certo», ribadisce Cetara.

La conseguenza è ovvia: a un contesto generale di povertà non può che seguire un moltiplicarsi delle difficoltà individuali. A San Siro gli appartamenti sono piccoli, abitati per lo più da coppie di anziani. E se non sono coppie, che vanno avanti con pensioni esigue, sono gruppi familiari estesi di migranti, con molti bambini e una necessità di metri quadri abitabili superiore.

Il buco nei conti dell’Aler ha posto un ulteriore ostacolo davanti agli inquilini e a chi attendeva in graduatoria l’assegnazione di un alloggio popolare: gli alloggi vuoti e non riassegnabili. La mancanza di risorse dell’Ente non ha permesso la manutenzione di migliaia di appartamenti che sono rimasti vuoti. Cetara racconta che in passato c’è sempre stato un certo numero di alloggi non abitati ma mai come adesso.

Oggi le famiglie rimaste in coda per l’assegnazione sono circa 25mila e non c’è posto per loro. Il numero degli alloggi vuoti a Milano è arrivato a quota 8mila, con anche due o tre appartamenti sfitti per scala condominiale. Per il delegato Sicet per San Siro, questo è «uno schiaffo alla miseria». Insomma, le case non sono assegnabili e le famiglie che ne hanno bisogno aumentano.

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I. L’assalto alla diligenza

La condizione di chi passa da avere un tetto sulla testa alla strada, non è però la sola a destare la preoccupazione nel sindacato degli inquilini. Dal blocco della graduatoria all’occupazione abusiva il passo è breve. Non che l’occupazione fosse un fenomeno sconosciuto prima del Duemila ma, secondo Cetara, «non si vedevano numeri così alti dagli anni ‘80».

«Dal blocco della graduatoria all’occupazione abusiva il passo è breve. Non si vedevano certi numeri dagli anni ottanta»

Oltre a chi non è percettore di reddito, ha bisogno della casa, resta in attesa di assegnazione e poi cede al male estremo di occupare, c’è chi un tetto ce l’ha, ma teme l’assalto degli occupanti dell’ultima ora. A nessuno piace trovarsi in casa dei nuovi proprietari e gli ingressi illeciti diventano l’incubo di molti inquilini che hanno costituito gruppi a guardia degli spazi abitati. La paura di condividere lo spazio abitativo di una palazzina con chi sta occupando o ha già violato il limite si diffonde. La ricerca della casa diventa un assalto alla diligenza e chi è dentro i comitati degli inquilini si divide.

C’è chi crede che l’occupazione sia la misura meno adeguata per risolvere i casi personali e che vada evitata perché introduce altri problemi nella comunità: la pensano così i più anziani, quelli che arrivano da anni di lotte sul fronte dell’edilizia popolare. Le posizioni più radicali che hanno anche un risvolto politico in quanto “lotta al sistema”, attirano di più i giovani. Cetara ci tiene a puntualizzare che «in parte si tratta di uno scontro generazionale», in parte di «due idee politiche contrapposte».

Per essere considerati occupanti, e quindi sfrattabili, bisogna che si venga colti in flagranza di reato: vale a dire entro 48 ore dall’occupazione. Superata quella soglia diventa difficile mandare via chi ha preso possesso dello spazio abitativo e molti si sono convinti che occupare sia la migliore soluzione. Il Sicet ha provato a chiedere la regolarizzazione degli occupanti, presentando più di 200 domande, ma senza riuscirci. Di conseguenza sono aumentati i motivi di tensione nel quartiere: guardie di inquilini a difesa delle case vuote; stranieri che venivano guardati male perché sospettati di essere tutti favorevoli alle occupazioni abusive; complessivamente, un muro di incomunicabilità fra occupanti e inquilini. Alla domanda se le occupazioni siano organizzate o spontanee Cetara replica che «non è proprio un racket» come viene chiamato solitamente, ma si tratta di gruppi di persone che «agiscono in maniera autonoma» e senza nemmeno organizzarsi troppo.

Ma il Sicet da che parte sta? «Noi siamo per la tutela del meccanismo», precisa Cetara, che ritiene “pericoloso” pensare che sia tutto lecito soltanto se una graduatoria non scorre. «È chiaro che esistono situazioni di natura diversa e si deve valutare caso per caso», aggiunge il delegato. «Abbiamo persino un occupante di ottant’anni e tra i nostri tesserati ci sono occupanti». Ma la posizione del Sicet sembra chiara: l’impunibilità, nei fatti, di chi occupa non deve essere un motivo valido per far saltare il banco. Altrimenti, sarebbe l’anarchia.

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II. Come bloccare la graduatoria

Occupazioni, fallimenti, debiti, case sfitte, mancata manutenzione, graduatorie che non scorrono, tensioni nel quartiere: la soluzione sembra davvero lontana, anche perché ci vorrebbero degli investimenti e «i soldi non ci sono». Roberto Cetara però individua due fronti su cui sembra che il Sicet voglia intervenire, o quantomeno proseguire nel lavoro di dialogo e di trattativa per farlo: il fronte delle istituzioni pubbliche e quello del mercato privato.

«Bisogna far decrescere l’emorragia di contratti di affitto dal mercato privato». Le graduatorie sono piene fino all’orlo e gli alloggi popolari non possono essere distribuiti all’infinito: il mercato deve assorbire la propria quota di espulsi dalle case. Ma come? Con una modifica della legge 431. Cambiando questa norma la scelta degli inquilini si porrebbe fra due contratti in base alle possibilità economiche: un primo libero e un secondo convenzionato, di durata minore e alleggerito da sgravi fiscali. «Questa è una nostra vecchia battaglia» puntualizza Cetara. Sul fronte pubblico, invece, «bisogna aumentare l’offerta diversificandola», afferma. Ma sembra una via molto difficile da praticare: l’abolizione dell’equo-canone ha tagliato le gambe all’edilizia popolare che ora è bloccata. E gestire questo problema non crea consenso elettorale, anzi lo toglie. In poche parole, qualcuno «deve rimetterci i soldi».

«Fondamentale è non scatenare una guerra fra poveri e non fare barricate», è il monito di Cetara.

Oggi la situazione sembra essere meno drammatica ma gli sfratti, seppur in minore intensità, dovranno continuare a essere eseguiti. La protesta dei giovani che chiedono la sanatoria, è stata presa in mano dal centro sociale “Cantiere” e dopo due anni di blocco della graduatoria il “tappo” che si è creato rinfocola gli animi di chi è rimasto in fila. «Fondamentale è non scatenare una guerra fra poveri e non fare barricate»: è il monito di Cetara. «Far la guerra al tuo vicino di casa non serve», continua il delegato che ha ben presente di come un clima così surriscaldato, ulteriormente vessato da tensioni e spaccature, viva di un equilibrio difficile da governare. «La campagna tv non ci dà una mano di certo», fa notare. Basti pensare che quando venne lanciata la richiesta per l’abolizione dell’Imu c’era chi «veniva qui in sede contento di non dover più pagare una tassa che non aveva mai pagato, non essendo proprietario». Figurarsi cosa potrebbe succedere se il messaggio fosse quello di abbattere il nemico comune, un vicino di casa scomodo, messaggio di gran lunga più comprensibile di una tassa o di un bollo da pagare.

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III. Da Giambellino a San Siro: storia di un delegato

«Non c’è niente di particolarmente epico», avverte, quasi scusandosi, Cetara, prima di iniziare a raccontare la sua storia. In fondo, la carriera di Cetara è quella di una persona comune che trova un lavoro e ci si scopre adatta. Il delegato è entrato nel mondo dei sindacati quasi per caso, comprendendo presto che questa via poteva diventare la sua professione. «Feci obiezione di coscienza per il servizio militare – spiega Cetara – e mi mandarono per dieci mesi con l’operatore Sicet che gestiva le zone Quarto Oggiaro-Bovisa-Sempione. Appena ho iniziato a ingranare, ho capito che le mie idee erano in linea con quelle del sindacato e con la sua attività». Finito il servizio civile, Cetara si appassiona e decide di proseguire in una professione che aveva iniziato soltanto per opporsi a un sistema considerato ingiusto. Nel 2000 arriva l’assunzione nella zona Giambellino-Lorenteggio, prima come operatore Sicet, poi come operatore responsabile. Nel 2011 sbarca a San Siro come responsabile di sede.

«Le storie più formative le ho vissute durante la crescita professionale, quando mi sono trovato di fronte a situazioni allora completamente nuove», ricorda Cetara dal suo ufficio pieno di pratiche in attesa di essere risolte. «Quando sono arrivato qui, ormai nella maturità, mi ero già fatto le ossa». Perché ci vuole una scorza dura per poter fare il lavoro del sindacalista in un quartiere pieno di situazioni difficili come San Siro dove, per risolvere i problemi, bisogna sì entrare in empatiqa con la gente che ci abita, ma anche saper tenere il giusto distacco dalle disgrazie altrui. «Rimanere in equilibrio è l’unico modo per svolgere questa professione in maniera onesta ed efficace ed è anche la cosa più difficile da fare, specie quando ti trovi davanti a una persona che ti spiega il suo punto di vista e ti coinvolge emotivamente».

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Ma c’è anche un altro ruolo fondamentale del sindacato: non ci si deve sostituire alla persona che ci sta di fronte per risolverne i problemi, bisognerebbe anche cercare di stimolarne la crescita e la comprensione del sistema, nonché la presa di coscienza della sua posizione all’interno di esso. Il ruolo è complicato ma, paradossalmente, è facilitato dal legame che si crea tra cittadino e sindacalista, quando si incontrano per sciogliere la matassa burocratica di atti e pratiche. E le occasioni sono tante, in numero direttamente proporzionale alla complessità delle singole situazioni. Per Cetara sono proprio queste le storie cui ci si lega di più: «Quando segui una persona lungo tutto un percorso ed entri in empatia con lui», E in certi casi, oltre a essere una soluzione ai problemi, il sindacato può diventare una guida e un riferimento.

«Quando segui una persona lungo tutto un percorso ed entri in empatia con lui»

Questo è certamente successo, tra i tanti casi, alla fine del 2013, in piena emergenza sfratti da abitazioni private. Il sindacato aveva provato a mettersi in mezzo per impedire fisicamente gli sgomberi, formando una rete di collaborazione con molte delle famiglie della zona. «In quell’occasione la comunità cingalese era in difficoltà, così si era creato un movimento di difesa reciproca fatto di famiglie provenienti dallo Sri Lanka», racconta Cetara. Tra queste, ne ricorda una in particolare: un giovane padre con due figli, che, conoscendo bene sia l’italiano che il cingalese, lo aiutava a comunicare con il resto della comunità, stampando dei volantini in doppia lingua. «Si era creato un bel rapporto e siamo riusciti a fermare parecchi sfratti». In seguito, è stato proprio l’uomo ad essere sfrattato ma grazie al Sicet è riuscito a trovare una sistemazione temporanea: un appartamentino minuscolo in cui viveva con la famiglia. Recentemente, infine, gli è stata assegnata una casa dal Comune. «Ha fatto tutta la trafila e adesso tornerà da me come inquilino dell’Aler. Inizieranno i problemi con l’Aler, le utenze, la manutenzione, le bollette, eccetera. Perché, in queste situazioni, risolto un problema se ne presenta un altro».

Oggi, se le assegnazioni sono ferme, se l’Asl non effettua nemmeno più i controlli dovuti perché il lavoro è molto pesante e gli inquilini non riescono a pagare l’affitto, il Sicet continua a operare da piazzale Falterona. Camminando su una fune, per evitare il disastro. Fra ragione e sentimento.

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IV. L’Iter legislativo

L’annus horribilis per l’emergenza abitativa è il 1998. I governi Prodi e D’Alema approvano due leggi basate sui principi della sussidiarietà e della liberalizzazione: l’edilizia pubblica passa dallo Stato alle Regioni e agli enti locali. Con la legge 431 l’equocanone viene ridefinito in canone moderato e convenzionato. Questa norma, pur non riguardando l’Erp (edilizia residenziale pubblica), causa un aumento delle richieste di case popolari, dovuto alla crescita dei canoni parzialmente liberalizzati. La causa principale dell’emergenza abitativa, tuttavia, è dovuta al passaggio della gestione dell’edilizia pubblica alle Regioni. Sempre nel 1998 viene abolita la tassa Gescal. La tassa era un prelievo ai lavoratori dipendenti e alle imprese destinato a un fondo per l’edilizia pubblica. Con la sua cessazione, si chiude anche l’unico rubinetto sicuro e continuo per il finanziamento degli alloggi popolari.

Secondo il Sicet, “le leggi e i regolamenti regionali degli ultimi anni hanno segnato in modo irreversibile le finalità sociali del comparto, diversificando il settore a livello nazionale; con caratteristiche che oscillano da indirizzi privatistici, fondati sulla logica dell’autofinanziamento (soprattutto al Nord) a situazioni di indebitamento e crisi finanziaria, prevedibilmente esposte a ulteriori processi di alienazione (soprattutto al Sud)”.

L’Aler necessiterebbe di un miliardo e 264 milioni per mettere a posto il suo patrimonio immobiliare, e coprire un debito netto tra i 345 e i 500 milioni. Il bisogno d’incassi porta la Regione nel 2007 a dare facoltà all’Aler di vendere fino al 20% degli alloggi. Questo piano, però, rimane inattuato e viene alienato solo un quinto delle case in vendita. Il risultato di questo stallo è la causa dei problemi odierni in termini di sfratti, occupazioni e intasamento della graduatoria: l’Aler non può eseguire la manutenzione e rendere agibili gli alloggi sfitti. Case vuote e persone in attesa diventa sinonimo di occupazioni e degrado.

Nel 2011, con la giunta Pisapia, i sindacati riescono a ottenere una regolarizzazione degli occupanti “per necessità”. La legge dice che gli occupanti non possono fare domanda di casa popolare finchè non sono tali, ma quando smettono di esserlo devono aspettare cinque anni per fare richiesta. Il nuovo accordo doveva permettere l’assegnazione di un alloggio in caso di necessità. La casa è popolare, il canone è sociale ma privatistico: un escamotage per accasarli temporaneamente, verificare se ci sono i requisiti e assegnar loro la casa. L’accordo per la regolarizzazione degli occupanti viene firmato nel novembre 2012, ma non è mai stato pienamente eseguito.

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