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Milano - San Siro

La Scuola “aperta” di via Dolci

È sabato pomeriggio. Le aule e gli spazi delle scuole elementari di Milano sono vuoti e silenziosi da qualche ora: verranno ripopolati non appena suonerà la campanella del lunedì mattina. Per ora, nei corridoi della Scuola Cadorna, in via Dolci 5, il silenzio è rotto solo dai passi veloci di una donna e dal rumore del nastro adesivo con cui sta sigillando le porte del primo e del secondo piano dell’istituto. Per evitare che i bambini scappino e si perdano tra le aule, lo scotch è molto più efficace di qualsiasi divieto.

Mentre Sabina mette in sicurezza l’istituto, altri genitori la raggiungono per aiutarla. Un padre prepara il proiettore per un film, qualche mamma sistema i tavoli che più tardi saranno imbanditi a festa. A poco a poco, l’ultimo piano della scuola Cadorna si riempie di genitori carichi di torte, cioccolato, pizze, patatine e dolci arabi. All’incrocio tra i corridoi del secondo piano vengono messi in fila, su un tavolo, dei vestiti per bambini, mentre nell’aula accanto alcune madri arabe si scambiano abiti tradizionali, ornati di paillettes e fili dorati. Altre preparano l’henné.

«Si chiama Sabato aperto», spiega Sabina Uberti Bona, la rappresentante della Commissione intercultura della scuola, un gruppo di genitori nato cinque anni fa grazie ad un progetto in collaborazione con Fondazione Cariplo. «Il nostro obiettivo è valorizzare l’eterogeneità della scuola e le 25 nazionalità che ne fanno parte». Parla a voce molto alta, per sovrastare le grida dei bambini che si godono questa festa dell’integrazione.

«Durante il Sabato aperto i bambini, attraverso il gioco, imparano a conoscere meglio le altre culture», racconta Sabina. «Allestiamo uno spazio per lo scambio di vestiti usati, organizziamo letture animate per trasmettere ai nostri figli l’amore per le storie, proiettiamo film che raccontato esperienze di condivisione. E poi c’è una merenda preparata dalle mamme italiane e magrebine, che curano anche la Camera delle Meraviglie, con i tatuaggi all’henné e i vestiti tradizionali».

SUMIA

I. Uno sguardo aperto al mondo

Massimo Nunzio Barrella ha 43 anni e il volto che si apre facilmente in un sorriso. È preside da pochi mesi, un tempo sufficiente per aver capito di essere nel posto giusto. «L’istituto Cadorna è una realtà particolare, con due anime» racconta. «Quello di via Dolci 5 è soltanto uno dei tre plessi: gli altri sono collocati nella zona 8 di Milano: si tratta di un contesto socio-economico molto diverso». In via Dolci il 65% dei bambini – che in totale sono circa 400 – è di origine straniera: in alcune classi si arriva fino al 90%. Sono originari soprattutto dal Marocco, dall’Egitto e dalle Filippine: le altre nazionalità sono rappresentate in numeri minori. Tuttavia, «non tutti hanno bisogno di una prima alfabetizzazione, perché molti sono nati in Italia».

Dati alla mano, le provenienze dei bambini stranieri, in totale 260, contro 144 italiani, è così suddivisa:

  • EUROPA EST 7%
  • AMERICA SUD 11%
  • CONTINENTE ASIATICO 32%
  • AFRICA NORD 50%

La Scuola Cadorna è diversa da altri istituti di Milano non solo per l’alta concentrazione di bambini stranieri, ma anche per le molte attività che ospita e con cui cerca di coinvolgere tutti i suoi studenti, dal lunedì al venerdì e perfino il sabato. «Organizziamo dai laboratori creativi ai corsi extracurriculari musicali, culturali e sportivi – spiega il preside – mentre il sabato c’è un gruppo di aiuto allo studio». Proprio grazie a questi corsi, l’Associazione Cadorna, che riunisce tutti i genitori, riesce a raccogliere le risorse che vengono reinvestite all’interno dell’Istituto in favore dei bambini. «Quest’anno abbiamo scelto di implementare la multimedialità, con il cablaggio della rete wi-fi e l’acquisto dei nuovi registri elettronici lim. Tutti aspetti che vogliono tenere questo istituto al passo con i tempi».

Grafico 2Attorno all’Istituto Cadorna, che segue il modello delle scuole aperte e si apre dunque al territorio in cui è inserito, confluiscono anche altre attività. Il venerdì, per esempio, il cortile della scuola ospita il mercato a km0 di Coldiretti; due volte alla settimana, invece, è il turno di Mamme a Scuola. «È una delle realtà che mi ha più colpito quando sono arrivato in questo Istituto – ricorda il Preside –, una scuola nella scuola». Ben sei aule vengono lasciate alle mamme straniere perché possano imparare la lingua italiana. Cinque sono dedicate a queste studentesse, mentre la sesta è dedicata al baby-sitteraggio dei loro figli dagli 0 ai 3 anni. «Mamme a Scuola è una Onlus di volontarie, tenuta in piedi da mamme, nonne ed ex maestre, e credo risponda ai bisogni reali delle famiglie di questo territorio».

«Il nostro obiettivo non è una semplice e generica tolleranza, quanto un’accoglienza profonda», afferma Barrella. «Il primo dei nostri valori è la stima della singola persona, della sua cultura e della sua storia». Il preside ha capito subito che senza l’intervento dei genitori sarebbe molto più difficile fare integrazione: «Durante questi mesi ho avuto esperienza diretta di cosa significa coinvolgerli nella gestione di una scuola, soprattutto come questa, ricca non solo di bambini, ma anche di famiglie che devono integrarsi. Il loro apporto è decisivo per offrire a questi bambini un’opportunità di vera inclusione a scuola e nel territorio».

Il forte afflusso di stranieri, negli anni, ha spinto molti genitori a spostare i propri figli in altri istituti. «È accaduto non tanto per pregiudizi di tipo razziale – dice Barrella – quanto per timore che l’offerta formativa si abbassi di livello per andare incontro agli allievi di prima alfabetizzazione. I genitori hanno paura che i programmi rallentino e danneggino i loro figli: è un pregiudizio radicato, ma che non ha ragione di essere». Ci sono altri genitori, come Sabina, che hanno invece deciso di restare e di trasformare queste differenze in un valore. E per rendere tutto più facile si sono costituiti come Commissione intercultura, imparando, prima di tutto, dai propri figli. «Nella classe di mio figlio gli italiani non sono più di quattro – racconta Sabina –.  Ma questo non rappresenta un problema, anzi. I bambini, soprattutto a quest’età, non conoscono la categoria del “diverso”. Non sanno cosa sia il razzismo».

«Uno dei primi obiettivi del gruppo era quello di diventare a sua volta interculturale. Spesso le iniziative nascono da genitori italiani con l’obiettivo di coinvolgere quelli stranieri».

Il lavoro della Commissione intercultura rappresenta un tentativo per integrare nella comunità non solo i bambini, ma gli stessi genitori stranieri. Non senza difficoltà. «Uno dei primi obiettivi del gruppo – spiega Sabina – era quello di diventare a sua volta interculturale. La verità è che spesso le iniziative nascono da genitori italiani con l’obiettivo di coinvolgere quelli stranieri». Se da un lato madri e padri di altre nazionalità, sempre più spesso, partecipano e offrono il proprio aiuto, dall’altro «il sogno della Commissione si spinge un po’ più in là: vorremmo trascinarli anche nell’organizzazione degli eventi. Sarebbe un passo importantissimo per riuscire a rispondere a bisogni che noi, da italiani, non riusciamo a cogliere».

La partecipazione dei genitori dipende poi dal genere: «Sono solitamente le mamme ad occuparsi dei figli. Eppure, devo dire che in questa scuola ci sono anche tanti papà, soprattutto italiani, coinvolti nelle nostre attività», racconta Sabina. «Stiamo notando – continua – che aumenta sempre di più anche il numero dei papà stranieri che accompagnano i figli a scuola o che li vengono a prendere». Quest’ultimo, tuttavia, non è un buon segno: «è probabilmente sintomo di una condizione disagiata della famiglia: se i padri riescono ad accompagnare e a venire a prendere i figli significa che sono disoccupati».

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II. Le problematiche

«Nell’ultimo anno, a partire dal mese di settembre, c’è stato un grandissimo aumento dell’afflusso di bambini stranieri», racconta il preside Barrella. In via Dolci sono stati accolti circa 45 bambini appena giunti in Italia e provenienti soprattutto dall’Egitto e dal Marocco. Era da quasi 7 anni che in così pochi mesi non si presentava un numero tanto alto di nuovi studenti stranieri. Ciò ha posto innanzitutto un problema di tipo logistico: in che classi collocare quei bambini?

grafico anniLo spazio è sempre più ridotto e le classi rischiano il sovraffollamento. Il Preside ha chiesto più volte l’aiuto di altri istituti della zona 7, senza però ottenere risposte. «Bisognerà mettersi attorno ad un tavolo e insieme cercare di risolvere il problema, perché chiaramente un solo istituto non può farsi carico di numeri così elevati». Il Comune, inoltre, non viene incontro a queste necessità. «Nonostante i nuovi arrivi sono paradossalmente diminuiti i distacchi dei docenti per l’alfabetizzazione: quest’anno all’interno del nostro istituto sono dedicate meno ore rispetto allo scorso anno e questo ci ha chiaramente messo in difficoltà».

«Paradossalmente  – racconta Sabina – l’aspetto che risalta maggiormente e che ha dunque maggiori conseguenze, è la percezione di disagio. San Siro è un quartiere dove è presente un grande disagio socio-economico. E questo si vede». Dobbiamo lavorare molto su tutto ciò che riguarda l’inclusione – continua il preside – non solo per l’arrivo dei bambini stranieri, che abbiano la possibilità di essere seguiti e di imparare la lingua italiana, ma ponendo attenzione ai bisogni educativi speciali dei bambini, anche italiani, che hanno situazioni familiari critiche e hanno bisogno di un sostegno didattico e psicologico. La finalità dev’essere poter garantire ad ogni bambino un percorso individuale e personalizzato, che porti al suo successo formativo».

Pian piano i bambini se ne vanno, accompagnati dai genitori stanchi, ma sorridenti. La scuola si svuota, i corridoi ritornano vuoti, silenziosi e a riempirsi sono i sacchi della spazzatura: piattini, bicchieri, tovaglioli. D’altronde, dopo ogni festa c’è sempre qualcuno a cui tocca fare ordine. Sabina lo sa: «Quando hai una scuola come questa, aperta al territorio, significa che hai un luogo in cui il quartiere può trovare interlocutori. Un po’ come in un centro servizi ma enorme, bellissimo».

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