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Milano - San Siro

Parrocchie di periferia

Sono le 14,30 e il tram 16 prosegue a rilento allontanandosi dal centro. Il parcheggio selvaggio ne intralcia il percorso e il conducente è costretto a fermarsi a ogni metro. Scendendo in via Dolci, dalla porta del tram, si apre uno squarcio sulla San Siro popolare.

Via Micene, via Abbiati, piazza Selinunte e tutte le strade intorno sono mosaico sconnesso di materassi ammassati, biciclette rotte arrugginite, muri imbrattati da graffiti. Risaliamo sul tram 16 fino al capolinea e, percorrendo solo poche centinaia di metri, ci troviamo faccia a faccia con “l’altra” San Siro: le palazzine fatiscenti lasciano il posto a condomini residenziali, il profumo di cibo cucinato con ricette di tutto il mondo non invade più le strade, il verde è curato e i balconi sono addobbati con piante e fiori colorati. Ci sono lavori in corso ad ogni angolo: i cantieri di Expo a San Siro si fermano qui e non vanno oltre.

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L'ingresso della Parrocchia Beata Vergine Addolorata in Via Stratico.

I. Le due San Siro

Sembrano quartieri diversi e, invece, le due zone distano solo poche fermate di tram l’una dall’altra. La prima è stata raccontata infinite volte dai media, con l’etichetta dell’“emergenza abitativa”. L’altra passa inosservata, sotto una patina uniforme di armonia e ordine. A svelarci i segreti di questi due mondi paralleli che preferiscono non sfiorarsi mai, sono i sacerdoti delle due parrocchie di San Giuseppe Calasanzio e della Beata Vergine Addolorata, punti di riferimento e specchio di questa diversità.

«Quando sono arrivato credevo che avessero sbagliato posto». È quello che ha pensato don Riccardo quando, nel 2011, subito dopo la sua ordinazione, è stato destinato alla parrocchia di via Stratico come parroco vicario. Don Riccardo non è abituato alla grande metropoli. Arriva da un paesino del Varesotto ancora estraneo alla globalizzazione.

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Don Riccardo, 28 anni, parroco vicario della Parrocchia.

«Quando sono arrivato qui ho trovato il mondo», ovvero un mondo popolato da un’alta percentuale di stranieri che abitano in case popolari fatiscenti circondate da un paesaggio decadente. Uno spicchio di mondo dove la riqualificazione resta un’utopia, le abitazioni hanno acquistato un senso di precarietà e gli abitanti ne hanno perso in dignità. «Il quartiere avrebbe soprattutto bisogno di bellezza», dice don Riccardo, con una patina di amaro sulle labbra. Tra questo spicchio del quartiere San Siro e i suoi abitanti non è mai scattata la scintilla. La disaffezione degli uomini si traduce in una scarsa cura del territorio. È difficile amare una cosa brutta. «Il quartiere – spiega don Riccardo – è un insieme di situazioni difficili. Tra anziani, stranieri poco integrati e malati mentali è come se si volesse ghettizzare la diversità».

La parrocchia della Beata Vergine Addolorata è “poverella” dice sempre don Giovanni, il parroco titolare. È una chiesa che dà quello che può. L’ex parroco, don Roberto, ora a Quarto Oggiaro, racconta che nei suoi nove anni a San Siro la ‘festa delle genti’, una giornata dedicata all’integrazione, era diventata immancabile. Tutti, compresi gli italiani, portavano il piatto tipico del proprio Paese natale per condividere un po’ di tempo insieme agli altri.

In cambio, però, la parrocchia ha sempre ricevuto poco o niente. L’alta percentuale di musulmani ha sempre avuto come risultato una scarsissima partecipazione alle funzioni religiose e una carenza di offerte che pure farebbero comodo a chi, economicamente, fa parecchia fatica. Gli italiani preferiscono partecipare alle funzioni religiose altrove. Per esempio nella chiesa di Calasanzio.

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Don Alberto, parroco vicario della Parrocchia S. Giuseppe Calasanzio.

II. San Siro, nuovo testamento

Il parroco vicario don Alberto è nato e cresciuto a San Siro. Ha visto il quartiere prendere forma, popolarsi e cambiare nel corso degli anni. L’area che va da via Novara a via Capecelatro passando per via Gnocchi, nel 1960 era una distesa verde, una campagna incontaminata dagli interventi edilizi. Almeno fino al 1962, quando l’ondata migratoria di lavoratori dal meridione ha alimentato la domanda di casa. San Siro ha visto la luce nel triennio ’62-’65 e ha cominciato a popolarsi: il nucleo storico di via Novara, abitato da un ceto piccolo borghese, la classe operaia di via Capecelatro e le famiglie medio borghesi di via Gnocchi. Ed è in quegli anni che è nata la parrocchia di Calasanzio, precisamente il 26 maggio del 1965, data della sua consacrazione.

Sono gli anni dell’esplosione demografica e di una grande vivacità economica. Con il passare del tempo, però, la crescita ha subito uno stallo e lo zoccolo duro del quartiere ha cominciato a invecchiare senza dare seguito ad un significativo ricambio generazionale. Un dato rappresenta bene la fotografia del cambiamento: lo scorso anno, nella parrocchia di Calasanzio, sono stati celebrati 45 battesimi e 80 funerali, un’inversione di tendenza netta rispetto al «tripudio di battesimi del passato», come lo ricorda don Alberto.

In parallelo all’invecchiamento della popolazione italiana del quartiere, una seconda ondata migratoria ha ridefinito l’identità di San Siro. Filippini, latinoamericani, cinesi e nordafricani hanno cominciato a insediarsi ai confini dell’area delimitata a Ovest da via Giusti e a Est da via Morgantini, ovvero il quadrilatero di competenza della parrocchia di Calasanzio. La pressione degli stranieri sul cuore del quartiere è cresciuta proporzionalmente all’abbassamento dei prezzi degli affitti.

Il risultato è stato di conseguenza un progressivo avvicendamento con gli italiani rappresentati ormai solo dagli anziani. Anche l’economia del quartiere è stata influenzata dal cambiamento demografico. Don Alberto analizza il fenomeno lucidamente: «I filippini si sono inseriti nei servizi, i nordafricani nella piccola impresa e nel settore edilizio mentre i cinesi hanno aperto degli esercizi commerciali». È durante le funzioni religiose che i numeri cambiano: in chiesa la maggioranza è rappresentata ancora dagli italiani con una minoranza di filippini e latinoamericani che coprono circa il 5-10 %. «I filippini – precisa don Alberto – sono un gruppo molto consistente. Sono cristiani e cattolici, ma partecipano alle funzioni specifiche della loro comunità in alcuni centri adibiti a questo proposito dal comune di Milano».

III. Educare alla convivenza

L’emergenza sociale e abitativa ha colpito San Siro duramente in questi anni e le parrocchie hanno cercato di fronteggiare la situazione come meglio potevano. Di concreto c’è poco: se non si può offrire un alloggio o un lavoro, si offrono disponibilità e comprensione. In entrambe le parrocchie sono attivi centri di ascolto e i parroci effettuano periodicamente un giro di visite nelle case, per potersi rendere conto delle situazioni più difficili. «Non abbiamo mai optato per una presa di posizione ufficiale perché sappiamo che molte situazioni sono al limite della legalità, ma cerchiamo comunque di dare una mano», spiega don Riccardo.

Di gente sfrattata ne hanno vista tanta e alcune volte, nei casi più disperati, la parrocchia è arrivata a offrire alloggio per qualche giorno. A confessarlo è Don Roberto che era vicario alla parrocchia di via Stratico proprio nel periodo in cui l’emergenza abitativa era agli albori. E se gli si fa notare la grande supremazia degli stranieri in alcune palazzine di edilizia popolare lui risponde sicuro: «Molto spesso sono gli italiani a non voler venire ad abitare a San Siro. Ci sono stati casi in cui, se Aler proponeva una casa in quella zona, le famiglie italiane rifiutavano». E così succede che alcuni civici sono diventati vere e proprie enclavi popolate da una sola etnia che si chiude in se stessa e non lascia che niente penetri nella fitta coltre di tradizioni e usi che si porta dietro.

Quando invece ci sono condomini “misti” il sospetto regna sovrano: «Se lo straniero è rappresentato da una famiglia con bambini – aggiunge Don Roberto – allora c’è una maggiore disponibilità e apertura, ma, se – come spesso accade – un appartamento è abitato da uomini che sono in Italia per lavorare e hanno lasciato le loro famiglie nei Paesi di origine, prevale la paura. Questo soprattutto perché gli italiani rimasti in quelle palazzine sono anziani, diffidenti per natura». Per gli adulti forse è troppo tardi, ma i ragazzi sono ancora in tempo: per loro l’integrazione può ancora funzionare. Per questo motivo, sia l’oratorio che il doposcuola organizzati dalla parrocchia rivestono un’importanza fondamentale in questa piccola società.

IV. Sconnessioni culturali

Uno stanzone molto luminoso, tre tavoli rettangolari circondati da sedie, il pianoforte in un angolo. Qui, sei giorni su sette, dalle quattro del pomeriggio in poi, si organizza il doposcuola nell’oratorio della parrocchia Beata Vergine Addolorata di San Siro. In teoria il doposcuola dovrebbe essere aperto a tutti; in pratica, la stanza è piena di ragazzi stranieri che hanno bisogno di aiuto per completare i compiti.

Zahra ha un libro di storia in mano. È ferma sulla stessa pagina da dieci minuti e aspetta con pazienza il suo turno per parlare con suor Grazia, la docente di turno oggi al doposcuola. Quando finalmente le è concessa la parola, Zahra le porge il libro: «Assaltano significa che fanno i salti», dice convinta, indicando la quinta riga di pagina 13. E suor Grazia, che di situazioni simili ne ha già viste a migliaia, le risponde altrettanto sicura: «Certo, solo che saltano con le armi». In via Stratico la normalità è questa: il lavoro degli insegnanti non è tanto quello di rendere chiara la pagina di un libro, quanto quello di «far corrispondere alle parole dei concetti». È quello a cui si è costretti se si ha a che fare con ragazzi che, il più delle volte, parlano l’italiano a malapena. Ogni parola è una scoperta e anche la frase più semplice, come potrebbe essere “il papa Leone X doveva costruire una basilica a San Pietro” può diventare incomprensibile per chi proviene da una cultura diversa dalla nostra.

«È stata una gran fatica – racconta suor Grazia – far capire a un ragazzo musulmano che Leone poteva essere anche un nome di persona e non solo un animale, che X non era una lettera ma un numero e spiegargli che cos’era una basilica e dove si trovava San Pietro». Si va avanti a gesti, con le mani o con i disegni, dal lunedì al giovedì per le scuole medie e il venerdì per le elementari. «La verità – spiega con foga suor Grazia – è che i libri su cui sono costretti a studiare questi ragazzi non sono adatti a loro. È come se io andassi in Iran e cercassi di studiare la storia e la geografia in un libro scritto in persiano. L’apprendimento funziona come una catena di anelli: perché si arrivi alla comprensione c’è bisogno che l’informazione sia agganciata a qualcosa che già si conosce».

Perciò i testi scolastici che poggiano le loro basi sulla cultura europea non possono andar bene per chi di quella cultura non conosce quasi nulla. «Ogni volta che leggiamo una pagina di storia io mostro ai miei ‘studenti’ una cartina e cerco di collegare gli avvenimenti alla storia mondiale, così che tutti si possano sentire inclusi. Bisogna fare una scelta: io scelgo di non difendere né i libri né il programma, ma le persone». I ragazzi che frequentano il doposcuola della parrocchia sono diversi tra loro, ma la loro situazione si potrebbe descrivere con una sola parola: sconnessi. Sono sconnessi dalla loro cultura d’origine perché sono lontani dal loro Paese e, contemporaneamente, sono sconnessi dalla cultura italiana perché, anche se sono in Italia da molto tempo, vivono in una comunità chiusa ed esclusiva. «È come se fossero stati chiusi dentro una valigia e portati in un altro mondo col quale però non hanno costruito rapporti cosicché se anche si trovassero a Dubai sarebbe la stessa cosa».

L’obiettivo, allora, diventa entrare nella loro cultura per poi insegnare loro a entrare nella nostra, altrimenti l’integrazione si riduce a un’imposizione coloniale. I ragazzi arrivano soprattutto dal Marocco e dall’Egitto. Per la maggior parte sono musulmani. Affollano l’oratorio e il dopo scuola della parrocchia. Rappresentano la miniatura di un mondo globalizzato dove i confini geografici sono stati abbattuti dall’integrazione tra le più diverse culture. Nella parrocchia della Beata Vergine Addolorata mancano solo i bambini italiani. Ogni tanto se ne vedono nel campo da calcetto sul piazzale esterno, ma sono senza dubbio una minoranza. Nonostante l’universo parrocchiale sia tanto eterogeneo, la convivenza non è difficile.

«In Egitto copti e musulmani vivono nel sospetto reciproco, qui da noi si aiutano. È bellissimo», dice con grande soddisfazione un’insegnante di matematica in pensione. Questo perché il dopo scuola è tenuto in piedi da volontari che, mossi dal solo spirito di solidarietà, cercano di dare il proprio contributo. Una coppia, marito e moglie, lui ingegnere in pensione, insegna ai bambini la matematica e le scienze; lei, professoressa di lingue che ancora lavora, quando può, si ritaglia uno spazio per il doposcuola. «I bambini sono molto educati e curati», afferma l’insegnante di lingue. Semmai le difficoltà di integrazione si incontrano con gli adulti. I genitori di questi bambini non partecipano alle attività organizzate dalle parrocchie e la barriera linguistica rappresenta un muro insormontabile.

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