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Milano - San Siro

«Occupare è un mio diritto»

Alla fine ha deciso di occupare un appartamento vuoto. L’ha fatto per esasperazione. Antonio Santoiemma, 65 anni vissuti al massimo, a San Siro era arrivato sei anni fa dopo essersi lasciato con la sua compagna. Venne ospitato da un suo vecchio amico a cui era stato assegnato un appartamento Aler. Ma non aveva immaginato che il padrone di casa fosse alcolizzato all’ultimo stadio.

Quando lo scoprì, Antonio decise di non abbandonarlo: «In tutti gli anni in cui ho vissuto da lui, ho provato ad aiutarlo in tutti i modi: lo sono andato a riprendere negli ospedali psichiatrici ogni volta che veniva ricoverato. Gli ho fatto riconoscere l’invalidità civile e infatti adesso percepisce un assegno da 290 euro al mese. Per un periodo gli davo dei soldi per pagare l’affitto ma lui li spendeva in alcol o nei night club. Ora ha un debito di 15 mila euro nei confronti dell’Aler».

I. «Perché ho occupato»

A questo, si aggiunsero le pessime condizioni dell’appartamento in cui vivevano insieme; Antonio era costretto ad andare in giro con la candeggina e disinfettare qualsiasi cosa prima di toccarla. Poi all’improvviso gli si è presentata l’occasione per lasciare quell’appartamento: «Avevo fatto amicizia con una donna anziana che abitava nel nostro stesso cortile. Aveva bisogno di qualcuno che le facesse delle iniezioni, così mi sono proposto e per motivi di sicurezza mi aveva dato le chiavi anche perché viveva attaccata a un respiratore». Quando un anno fa l’amica è mancata si è trovato davanti ad un bivio: continuare a vivere nel degrado di un appartamento ridotto a una cantina oppure occupare la casa dell’anziana deceduta. In situazioni come questa, c’è poco tempo per pensare perché bisogna agire prima che l’Aler “lastri” l’appartamento. Antonio ha deciso di prendere la seconda strada e andare ad abitare in una situazione più dignitosa. «È capitata quell’occasione e l’ho colta al volo».

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Prima di occupare però ha seguito una delle regole non scritte delle case popolari: ci si presenta a tutti i vicini per chiedere una sorta di via libera; solo in questo modo ci si guadagna il silenzio degli altri condomini e diminuisce il rischio di essere denunciati. Poi, ha fatto il grande passo: «Non avrei mai voluto fare tutto questo perché sono in graduatoria da cinque anni, e se oggi l’Aler venisse da me e mi censisse come occupante, verrei cancellato da quella graduatoria», ammette Antonio. Con l’Aler rimane in guerra aperta: «Nelle case popolari è pieno di appartamenti vuoti, ristrutturati e pronti alla consegna, ma se vai a chiedere aiuto non ti concedono nulla. Le persone sole come me le istigano a occupare perché è l’unico modo per avere un tetto sopra la testa». Lui oltre ad essere solo, ha anche un’invalidità dell’80% ed è diabetico, «ma c’è gente nelle mie condizioni costretta a vivere in macchina», si sfoga.

In realtà, nel suo condominio non ci sono più appartamenti vuoti perché negli ultimi sei mesi ci sono state circa 40-50 occupazioni su 150 alloggi, quasi tutte compiute da egiziani.

Nel periodo caldo, Antonio è stato un protagonista attivo nella stagione delle occupazioni: «Per diverso tempo sono stato vicino al centro sociale Cantiere. Mi chiedevano aiuto soprattutto per fare il “lavoro sporco”: insieme abbiamo occupato l’ufficio di Lucia Castellano, allora assessore alla Casa, e poi quello di Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali».

Tuttavia, negli ultimi mesi il rapporto si è incrinato fino a rompersi definitivamente. Antonio, infatti, è convinto che i centri sociali sfruttino l’emergenza abitativa per i loro interessi politici: «Non si fa una verifica approfondita su chi si sta aiutando ad occupare una casa; e a me non va di rischiare botte e manganellate per uno spacciatore o per uno che non fa niente dalla mattina alla sera».

Ma nonostante il distacco dai ragazzi del Cantiere, è rimasto molto attivo in quartiere e continua ad aiutare chi pensa se lo meriti: occupante o regolare, giovane o anziano. In tanti gli sono diventati amici e in tanti lo rispettano; non tutti però conoscono il suo passato turbolento.

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II. Dal carcere al volontariato

«Sono arrivato a Milano nel ‘67 con un jeans e una maglietta, avevo appena 17 anni». Antonio è nato a Taranto ma l’idea di andar a cercar fortuna al nord ha preso piede fin dall’adolescenza grazie a un vecchio progetto del padre. «Volevamo metter su una piccola impresa di pittura e restauro e venire a lavorare a Milano – ricorda Antonio – mio padre faceva affreschi anche nelle chiese, era abbastanza bravo». Nel giro di poco tempo, però Antonio è rimasto orfano. «Anche se da solo, forse per rispettare la promessa fatta a mio padre, morto a soli quarant’anni, decisi di partire. Ero giovane ma avevo un mestiere e venni a Milano per cercare un lavoro».

«Quando arrivai a Milano nel '67 trovai una città in pieno fermento, che ti offriva mille possibilità ma anche tante distrazioni»

Le cose però non sono andate come aveva previsto. «Trovai una città in pieno fermento che ti offriva mille possibilità ma anche tante distrazioni». Era la Milano dei primi anni settanta, dove «bastava andare al bar a fare colazione per ricevere tre o quattro offerte di lavoro», una città «generosa e più tollerante di adesso, anche con i “terroni” come me». Un posto, insomma, dove «se non volevi lavorare è perché proprio non ne avevi voglia».

Nella grande città, però, le possibilità di divertimento si moltiplicano all’infinito e non sempre è facile saper mettere un freno. «Mi lasciai trasportare, ero giovane, vivevo da solo senza la famiglia, mi sentivo libero e pian piano cominciai ad andare meno al lavoro, fin quando arrivai a dover trovare un modo più facile per mantenermi. Così cominciarono i primi furti d’auto e le prime infrazioni negli appartamenti». Delinquenza che, però, seguiva un ben preciso ‘codice d’onore’: «Ad interessarmi erano solo i soldi, non fare del male alle persone, non ho mai compiuto un reato di sangue». Anche quando si pianificava una rapina, le regole d’ingaggio erano ben chiare, «si sceglievano solo persone preparate, capaci di tenere una pistola in mano e in grado di controllarsi, non di quelle che pensano: non me ne frega un cazzo, tanto ti ammazzo lo stesso».

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La cinta muraria del carcere di San Vittore, a Milano.

Ricettazione, documenti falsi, porto d’armi illegale e poi la latitanza, con i primi reati, arrivano inevitabili i primi arresti e il carcere. «Entrai per la prima volta a San Vittore il 9 aprile 1970, la prima detenzione durò poco, ma, una volta entrato in quel giro è difficile tenersi fuori dai guai e così ho passato oltre 15 anni della mia vita in carcere».

Al contrario di quanto si possa immaginare la detenzione ha rappresentato un punto di svolta nella vita di Antonio. San Vittore, Treviso, Siena, Bologna sono solo alcuni dei carceri che ha “visitato” nell’arco di 25 anni. Un’altalena tra libertà e detenzione che ha accompagnato Antonio fino al 18 gennaio 1996, l’ultimo giorno passato dietro le sbarre. «In carcere, la maggioranza dei detenuti tende a passare il tempo sdraiato sulla branda o incollato alla televisione; io no». Sport, scrittura, teatro ma soprattutto tanto studio, la terza media conseguita nel carcere di Siena, un corso da geometra, uno d’idraulica, la certificazione di elettricista impiantista e infine la passione per il codice penale, sono i passatempi che hanno aiutato Antonio a voltare pagina.

«Mi piacevano gli studi giuridici perché non ho mai sopportato le ingiustizie, per questa ragione dopo i primi tempi ho cominciato a propormi come legale d’emergenza per gli altri detenuti». Così, grazie all’esperienza maturata durante quegli anni, ha inizio un nuovo capitolo della storia di Antonio. Nel giugno del 1996, infatti, ha fondato l’associazione Sos Carceri e Giustizia con il fine di offrire un’assistenza legale d’emergenza ai neo detenuti e alle loro famiglie. «Spesso quando avviene un arresto – spiega Antonio – c’è una moglie, un fratello, un parente che non sa nemmeno dove andare a chiedere un permesso per poter andare a trovare il detenuto, quindi, l’associazione funzionava un po’ come sportello per le prime fasi della detenzione».

Con la voglia di offrire assistenza non solo a chi era ancora dietro le sbarre ma anche a chi ne era appena uscito, Antonio, nel 2004, ha fondato la cooperativa il Giglio. «L’obiettivo era offrire opportunità lavorative concrete sia a chi poteva accedere a pene alternative sia a chi era appena uscito tramite borse lavoro ottenute dal comune di Milano» spiega. L’associazione e la cooperativa sono state il centro della nuova vita di Antonio fino a qualche anno fa, quando non riuscendo più ad autofinanziarsi anche a causa della crisi ha dovuto chiudere e lasciare la sede che aveva regolarmente affittato dall’Aler.

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«La voglia di lavorare per gli altri è sempre stata un’indole innata, che ho coltivato anche in carcere. Quando ho energie e un po’ di soldi da investire per migliorare qualcosa che non funziona, cerco di attivarmi in tutti i modi possibili». Un impegno che ha contraddistinto tutti questi ultimi anni anche se «tante volte per stanchezza o per delusione per qualche battaglia persa mi riprometto di smettere e di cominciare a pensare a me stesso, ma poi, mentre lo faccio, arrivava puntualmente una telefonata d’aiuto e mi ritrovo subito in pista».

«La voglia di lavorare per gli altri è sempre stata un’indole innata, che ho coltivato anche in carcere»

Dal suo arrivo a Milano sono passati quasi cinquant’anni. Il carcere, un matrimonio finito male, le malattie e la vita da occupante l’hanno segnato profondamente. Tuttavia Antonio non ha perso la voglia di combattere le sue battaglie. La più importante per lui è quella contro l’Aler. Antonio oggi non ha paura di essere sgomberato: «Quando scopriranno che sono abusivo non sarà facile buttarmi fuori. Ad agosto faccio 65 anni e sono invalido all’80 per cento. Ho un dossier pronto che dimostra il mio diritto ad avere una casa». E intanto, continua ad aiutare il suo amico alcolizzato.

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