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Milano - San Siro

Il manuale del buon occupante

Avere informatori dentro il condominio aiuta; ci vuole sempre qualcuno, discreto quanto basta, di cui potersi fidare. E quando arriva la notizia che il vecchio inquilino è morto, si agisce. È questo il momento giusto per occupare l’appartamento rimasto vuoto, prima che lo faccia qualcun altro.

Altri indizi interessanti per occupare senza perder tempo possono arrivare dalla casella della posta: se straborda di pubblicità e bollette da pagare, è facile che l’alloggio sia disabitato. A San Siro, come in altre periferie milanesi, gli “aspiranti occupanti” utilizzano questi metodi. L’alternativa è affidarsi al racket: dai mille ai duemila euro pagati alla criminalità, solo per farsi aprire una porta di una casa.

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«I giorni successivi a un’occupazione sono sempre ad alta tensione. Si deve cambiare la serratura della porta d’ingresso e si cerca di rendere lo spazio abitabile partendo da zero»

F., tredici anni fa, quando era una ragazza madre appena ventenne, scelse la prima strada. Dopo una serie di sopralluoghi, una notte lasciò il figlio di sei mesi nella comunità dove viveva e con l’aiuto di un’amica entrò in un appartamento vuoto. Riuscire a varcare la soglia di un alloggio è solo il primo passo di un lungo percorso: nella maggior parte dei casi, infatti, non si entra in una casa vera e propria ma in 40 metri quadrati di nulla. Non ci sono letti, non c’è la cucina, non ci sono mobili e spesso i sanitari sono distrutti. F. ricorda bene la notte in cui diventò un’occupante: «Era estate e allo stadio c’era il concerto di Ligabue» racconta; e mentre a San Siro 60mila persone urlavano Certe notti, lei nel buio dal giardino si arrampicava sul balconcino del pianoterra e dalla porta finestra entrava in quella che sarebbe diventata la sua nuova abitazione. «Ho aperto la porta dall’interno, poi sono andata recuperare mio figlio e l’ho portato in casa. Dentro non c’era niente. Per fortuna gli altri occupanti del condominio mi hanno dato qualche coperta per passare la notte. Ai tempi c’era molta solidarietà tra di noi».

I giorni successivi a un’occupazione sono sempre ad alta tensione. Si deve cambiare la serratura della porta d’ingresso e si cerca di rendere lo spazio abitabile partendo da zero. Ma soprattutto – racconta F. – non si deve mai abbandonare l’appartamento. «Il rischio è che mentre si è fuori gli ispettori dell’Aler “lastrino” la porta con una piattaforma d’acciaio», spiega. A quel punto l’occupazione si può ritenere conclusa. Per evitare questo, si deve quindi presidiare il proprio piccolo territorio. «Per tre giorni non sono uscita di casa, la paura era troppa. Intanto il tempo passava e degli ispettori nemmeno l’ombra. Il primo mese l’ho passato così, sempre all’erta. Di tanto in tanto, facevo delle brevi fughe per andare a comprare qualcosa da mangiare per mia figlia e continuavo a ricevere l’aiuto degli altri occupanti», racconta F. Alla fine gli ispettori non sono mai arrivati. La paura di essere sgomberata si è attenuata e F. ha potuto interrompere la sua vita da reclusa.

«Per tre giorni non sono uscita di casa, la paura era troppa. Intanto il tempo passava e degli ispettori nemmeno l’ombra»

Per vivere da occupante non bisogna necessariamente barricarsi in casa; tuttavia, in alcuni periodi dell’anno, la paura di perdere la propria abitazione diventa un vero e proprio incubo. «In estate gli sgomberi si fanno sempre più frequenti, tanto che ormai ho preso l’abitudine di preparare degli scatoloni e lasciarli già pronti nel caso in cui arrivasse la polizia», racconta F. Non sono solo le forze dell’ordine a destar preoccupazione. La minaccia, infatti, sempre più spesso, arriva dagli aspiranti occupanti: «Ormai la gente non si informa più, prova ad occupare una casa senza nemmeno controllare se sia vuota o no». Lo sa bene F. che questa estate un’esperienza del genere l’ha provata sulla propria pelle. «Una notte, alcuni rom hanno provato a forzare la finestra della cameretta dei bambini mentre dormivano. Mi sono spaventata a morte ma mi sono fatta trovare pronta: quando ho sentito il rumore della tapparella mi sono affacciata dalla finestra e ho urlato che era casa mia». Per sua fortuna hanno desistito, ma quella notte il gruppo di rom è riuscito comunque a occupare tanto che poche ore dopo «sono venuti a chiedermi aiuto – racconta F. –: avevano bisogno di qualche coperta». Per cercare di sentirsi un po’ più sicura, F. ha fatto montare le grate alle finestre, ha messo un antifurto e lascia sempre la luce accesa durante la notte.

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La paura di perdere la casa

«Nel mio condominio sono rimasta l’unica abusiva. Ma non ne sono del tutto sicura perché la gente non parla»

A tredici anni di distanza da quella notte d’estate, F. è ancora lì, suo figlio è cresciuto e nel frattempo ne è nato un altro. Molte cose sono cambiate da allora: l’unica costante è rimasta la profonda sensazione d’instabilità che le attanaglia la vita. Una sensazione con la quale ha imparato a convivere ma che le impedisce di immaginare un futuro sereno per lei e per i suoi figli. F. è nata in Italia da genitori immigrati, e abita a San Siro da quando aveva 11 anni. Nonostante una situazione famigliare difficile, ha avuto un’infanzia serena in un quartiere che aveva i suoi problemi ma che non escludeva nessuno. «La maggior parte delle mie amiche erano originarie di Napoli: eravamo un bel gruppetto e, tra una chiacchiera e l’altra, passavamo tutto il pomeriggio in piazza Selinunte».

F., però, è dovuta crescere in fretta: «A 21 anni sono rimasta incinta e sono andata via di casa. Per un periodo sono entrata in una comunità per ragazze madri. Ci sono rimasta fino al settimo mese di gravidanza, poi, scioccamente, per dare una nuova chance al mio ex compagno, me ne sono andata, rinunciando così alla possibilità di ottenere una casa tramite la domanda di emergenza». Ormai F. è una delle poche occupanti rimaste nel suo cortile perché gli ispettori hanno sfrattato quasi tutti: «Nel mio condominio, forse sono rimasta l’unica abusiva. Ma non ne sono del tutto sicura perché la gente non parla». Ci sono ancora tanti appartamenti vuoti: solo nella scala dove vive F. ce ne sono tre, tutti lastrati. «Provano in continuazione ad occuparli ma appena entrano gli inquilini regolari chiamano gli ispettori dell’Aler e la polizia li sbatte fuori». Qualche mese fa, «una ragazza con un bambino piccolo ha provato ad entrare: appena i condomini se ne sono accorti hanno cominciato ad insultarla e quasi l’hanno picchiata per cacciarla. Il bambino era scioccato: è stata una scena devastante».

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Per queste ragioni F. fa di tutto per tener nascosto il suo stato di abusiva. Il timore più grande è quello di essere segnalati agli ispettori dell’Aler. «In passato gli occupanti erano parecchi e mi sentivo più sicura; ora, invece, c’è il rischio che ti puntino il dito contro perché sei un’abusiva. Per questo preferisco che in giro lo si sappia il meno possibile».

Una delle poche speranze rimaste a F. è quella, un giorno, di riuscire a legalizzare la sua posizione, anche se non è rientrata nella sanatoria del 2005 perché priva di alcuni requisiti. Sicuramente non la aiuta una situazione economica che, sia nel passato che oggi, è tutt’altro che rassicurante. «Ho sempre avuto lavori occasionali, pagati in nero: in più, il padre delle mie figlie, nell’ultimo anno, mi avrà dato 200 euro per gli alimenti, non di più». L’occupazione, le difficoltà economiche e la perenne sensazione d’insicurezza hanno lasciato un segno profondo in F.: «Il quartiere è cambiato, non è più lo stesso che ricordo durante la mia infanzia. In Italia sempre la possibilità di trovare un lavoro è sempre più scarsa e i bambini hanno difficoltà a integrarsi persino a scuola. Sto pensando seriamente di andar via per raggiungere i parenti che ho sparsi un po’ in giro per il mondo». F. è stanca di aver paura e progetta un’altra fuga, quella dal suo presente.

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