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Milano - San Siro

Lucia Guerri, la nonna anti occupazione

Sono occhi che parlano, quelli di Lucia Guerri. Occhi che raccontano mezzo secolo di vita di San Siro, quel quartiere un tempo “giardino di Milano, oggi terra di degrado e abusivismo”. «Vivo qui dal ‘39. – racconta -. Quando sono arrivata era un quartiere bellissimo: ordinato, pulito, con tanti spazi verdi in cui si sentivano i gridolini dei bambini».

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«Sono sempre stata innamorata della politica. Per me è sinonimo di impegno e dedizione»

I ricordi della guerra – delle corse nei rifugi anti aereo per sfuggire ai bombardamenti – si mescolano a quelli della prima ondata di immigrazione dal Sud: «Un miscuglio di gente arrivata per lavorare nelle fabbriche del Nord. Integrarsi non era facile nemmeno allora, ma ci si incontrava in chiesa e si chiacchierava nei cortili». Negli orti condominiali si discuteva anche di politica e si organizzavano le prime riunioni di partito. «Sono sempre stata innamorata della politica. Fin da giovane frequentavo la sezione del Partito Comunista e Socialista, che spesso organizzava feste da ballo. E’ così che ho conosciuto mio marito. La sua famiglia militante mi affascinava, il rispetto reciproco che si respirava in casa loro e nel partito mi ha sedotta, tanto che in poco tempo ho convinto altre donne sui vent’anni a partecipare con me alle riunioni».

La politica per Lucia è sinonimo di dedizione. Una passione esplosa dall’incontro con le parole e il carisma di Enrico Berlinguer, «l’uomo che ci dava l’illusione di poter cambiare le cose e che quando parlava sembrava dicesse esattamente ciò che ognuno di noi pensava». E’ da questo impegno che nasce la voglia di mettersi a servizio del quartiere e degli abitanti. Oggi la sua erede è la nipote 27enne, Giulia Crippa, che lavora al Sindacato unitario nazionale inquilini e assegnatari (Sunia) e porta avanti le istanze dei cittadini del quartiere.

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Lucia Guerri, prima a destra, durante una riunione del Comitato nel 2015.

I. Una vita per il Comitato

«Tutto è iniziato durante un'assemblea del Partito Comunista nei primi anni Novanta, quando la gente del quartiere decise di riunirsi in un comitato locale»

Oggi Lucia, a 76 anni, è ancora in pista, ma ammette che il quartiere è così cambiato da essere quasi irriconoscibile. E punta il dito contro le occupazioni abusive, l’illegalità diffusa, l’abbandono e una sensazione di impotenza comune a molti residenti. Con le sue “donne”- come le chiama lei – venti anni fa ha costituito il Comitato di quartiere San Siro. «Tutto è iniziato durante un’assemblea del Partito Comunista nei primi anni ’90 – ricorda Lucia -, quando la gente del quartiere ha deciso di unirsi appunto in un comitato. Lavoravano fianco a fianco, persone di destra e di sinistra, donne anziane, anzianissime. Inizialmente non avevamo neanche una sede, ma ci spingeva la speranza di poter cambiare qualcosa».

Nato per contrastare il degrado, il Comitato è cambiato con il quartiere. Il gruppo di cittadini che si incontravano per migliorare la vita di San Siro si è ritrovato a fare i conti con una massiccia ondata di occupazioni e con l’immigrazione straniera. «Il Comitato è una delle poche associazioni di zona schierate apertamente contro le occupazioni abusive – sottolinea Lucia Guerri -, in un contesto dominato dall’idea che la casa sia un diritto a prescindere. E’ un tema su cui non molleremo mai. Ma finché la politica non deciderà di affrontare seriamente la situazione cambierà ben poco. Le occupazioni spaventano i cittadini, la gente comune si sente abbandonata». E cita un episodio diventato quasi mitico in quartiere, quello delle “dodici donne di piazza Falterona”, non più giovanissime, che al rumore delle porte sfondate nel cuore della notte uscirono per cacciare gli abusivi. «Ma non è compito nostro», conclude Lucia.

Il Comitato funziona essenzialmente come un centro di ascolto. «Durante le riunioni la gente si sfoga, ci sono donne che vivono situazioni davvero border line. Come Isabella, un’anziana che a Lucia racconta con parole drammatiche il rapporto con i suoi nuovi vicini: «Sono arrivati nel cuore della notte, hanno sfondato la porta e non se ne sono più andati. Dopo aver sopportato notti intere di schiamazzi e musica ad alto volume, ho provato a lamentarmi, ma ho ottenuto solo insulti e minacce».

Lucia riconosce che la funzione di “sfogatoio” del Comitato rischia di alimentare indirettamente lo scontro tra regolari e irregolari. «È vero, la rabbia può essere controproducente, ma quando un dirigente Aler viene a parlare con noi è difficile non giustificare la frustrazione dei residenti». Nonostante la diversità delle posizioni, il Comitato è comunque riuscito negli anni a costruire un buon rapporto con il Comune e le istituzioni. «Negli ultimi mesi è arrivata la soddisfazione più grande – racconta Lucia -: siamo riusciti ad affittare tre appartamenti nel mio cortile. Se non avessi le conoscenze giuste, però, non avremmo ottenuto nulla».

In questo venti anni il Comitato ha vissuto alti e bassi. Oggi è Giulia, la nipote di Lucia, a gestire l’associazione. «Lavorando porta a porta siamo riuscite a recuperare adesioni. Siamo quasi tutte donne – racconta -. Durante uno degli sgomberi in cui siamo intervenute un poliziotto mi ha detto: Ma dove sono gli uomini, a guardare la televisione?».

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Giulia Guerri, nipote di Lucia.

II. Con Aler un rapporto complicato

Sono 16mila le persone che vivono nelle case popolari di San Siro, una città nella città. Per questo il Comitato è obbligato a confrontarsi con Aler, l’Azienda lombarda edilizia residenziale. Il punto d’attrito sono le occupazioni abusive.

«Avrebbero potuto risolvere il problema assegnando tutte le case – sottolinea Lucia -. L’anno scorso i dirigenti Aler si sono stupiti della quantità di case idonee ancora vuote». E aggiunge Giulia: «Col passare degli anni la situazione si è aggravata anche a causa delle sanatorie che hanno favorito lo stazionamento di delinquenti ventennali. Con la sanatoria non sei più un occupante abusivo: hai un contratto e dovresti pagare il canone, cosa che regolarmente non avviene. Poi c’è il racket, che sfrutta l’ignoranza degli stranieri: pagando credono di avere il diritto di vivere nella casa occupata. I cittadini sono costretti a trasformarsi in “guardiani” del quartiere, organizzando ronde anti occupazione e talvolta partecipando direttamente agli sgomberi».

Quella di Giulia e Lucia è la storia di due generazioni che si rispecchiano negli stessi ideali. Ed è a San Siro che Giulia è voluta tornare: « Due anni fa ho provato a trasferirmi a Tenerife – racconta -. Mi ero ripromessa che se non fosse andata sarei tornata per fare qualcosa per il mio quartiere. Eccomi qui. Sto cercando di svecchiare l’approccio comunicativo con i cittadini usando i social e la rete. L’obiettivo del Comitato non è cambiato: promuovere regole di convivenza comuni che tutti quanti devono rispettare, dall’arabo all’italiano, dal marocchino al rom».

Anche per Giulia, il problema più urgente è quello dell’emergenza abitativa: «A San Siro sta passando l’idea fuorviante che la casa sia un diritto per tutti, a prescindere. Ma non esistono diritti senza doveri, l’interesse degli altri è anche il mio. Mi piacerebbe si cominciasse a parlare di persone, non di razze. Dovremmo andare oltre se vogliamo sistemare le cose, invece spesso alcune persone cadono nella trappola del razzismo, nell’odio, agiscono di pancia, anche all’interno del Comitato. Sono atteggiamenti che capisco, ma che non giustifico».

«A San Siro sta passando l’idea fuorviante che la casa sia un diritto per tutti, a prescindere. Ma non esistono diritti senza doveri»

Lucia però riporta l’attenzione sui numeri: «Nel quartiere ci sono 900 occupanti abusivi, gli inquilini “legali” sono al massimo due per scala. Gli abusivi proprio non li sopporto. Ho conosciuto tanta gente in difficoltà, ma non si sono mai comportati in questo modo».

Giulia però è convinta che un’eccessiva durezza possa essere controproducente. «Si rischia di prendere come capro espiatorio l’occupante immigrato, quando le vere responsabilità stanno a monte, in quella classe politica e dirigenziale che ha tollerato e male amministrato queste situazioni per anni». Lucia è più netta. «La strada dell’illegalità è la più semplice. Guardatemi, sono venti anni che vado avanti col Comitato ma i risultati posso contarli sulle dita di una mano».

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