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Milano - San Siro

«Il quartiere dove ho scelto di vivere»

La telefonata arriva nel luglio del 2009, durante una sessione d’esame. Dall’altro lato della cornetta un dipendente di Aler. A quel tempo Matteo è uno studente di 22 anni, iscritto al secondo anno di Architettura al Politecnico di Milano. «Il funzionario mi dice che è appena stato avviato un bando rivolto agli under 35 per l’assegnazione delle case popolari. La mattina dopo porto i documenti richiesti all’ufficio, inseriscono i miei dati nel sistema. Dall’altra parte della scrivania, una voce: “Matteo, sei in graduatoria utile”». Sapere di avercela fatta, con questa rapidità, «fu una grande sorpresa».

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Matteo vive a San Siro dal 2010.

I. il rito dell'assegnazione

Questa è la storia di Matteo, under 30, dal 2009 residente in una casa Aler in zona San Siro. «Sono l’eccezione che conferma la regola, ma in negativo», racconta. Già, perché conquistare una casa popolare in pochi giorni, oggi come allora, è veramente difficile. Lui si è trovato al posto giusto al momento giusto, cinque anni fa, quando le porte degli appartamenti Aler furono aperte a giovani che accettassero di vivere in quartieri “problematici”, abitando in alloggi dal secondo piano in su in condomini senza ascensore. Per un giovane studente, quella era un’occasione da prendere al volo.

Una settimana dopo quella telefonata Matteo, accompagnato da sua madre, si trovava negli uffici di viale Romagna, la sede centrale di Aler a Milano.

«Conoscevo San Siro, ci avevo vissuto con mia madre prima che decidesse di trasferirsi in un quartiere più tranquillo».

Davanti a loro, tre fogli A4 pieni di dati: vie, numeri civici, metrature, vani. «Dovevamo sfogliare l’elenco e scegliere una casa che ispirasse fiducia. Una sola, tra centinaia». «Non avrei potuto visitare più di un appartamento; se dopo averlo visitato avessi rifiutato, sarei piombato in fondo alla graduatoria generale». Ventimila persone più in basso. Seguendo una “dritta” del funzionario Aler, la scelta ricadde su un bilocale situato in zona San Siro, alle porte di un quartiere che Matteo e sua madre conoscevano bene: lì, infatti, avevano vissuto per sei anni tra il 1990 e il 1996. «Quelli di Aler volevano farmi firmare subito, prima ancora che la vedessi», ricorda oggi. «Dopo mie insistenze, riuscimmo ad accordarci per una visita prima della firma. Quando il funzionario Aler aprì la porta, però, rimasi come impietrito».

L’appartamento cadeva a pezzi. «Fili scoperti, infissi marci, tubature sul punto di rompersi, pavimenti rovinati, una porta d’ingresso che avrei potuto buttare giù con un pugno. Per non parlare dell’intonaco, quasi completamente da rifare», spiega. Eppure per Aler, quell’appartamento di 36 metri quadrati, più 6 e mezzo di cantina, era agibile. Vuoto da diversi anni, era stato abitato in precedenza da un signore anziano che viveva su sieda a rotelle, deceduto in clinica. «Davanti a quello spettacolo fui sul punto di dire: è da pazzi, andiamocene. Mia madre, però, fu più lungimirante. “Matteo, quando ti ricapita un’occasione così, di diventare autonomo così giovane?”. Capì che questa casa nascondeva delle potenzialità. E aveva ragione».

«Aler considera sempre agibili le case che consegna. E la gente che è alla canna del gas le abita così come le trova».

A quel punto, rimaneva una sola opzione sul tavolo. Ristrutturare l’appartamento. «Ho firmato il contratto il 15 luglio 2009, ma solamente diversi mese più tardi – in primavera – ho potuto consegnare la DIA, la Denuncia di Inizio Attività». Matteo, da architetto, ha riprogettato tutto da solo: «Questa è stata la mia prima esperienza di cantiere», racconta con un sorriso. Cominciando ad immaginare la sua nuova casa da una piantina del 1938, ovvero l’anno di costruzione dell’edificio, quando questi palazzi rappresentavano l’orizzonte argenteo di una nuova opportunità di housing sociale. Su quel fogliettino disegnato a mano, mai digitalizzato dagli archivi catastali, c’era la storia di una città e delle sue promesse strappate dal tempo.

«L’ingresso era più grande del bagno, che ho cercato di ampliare il più possibile. Ho abbattuto gran parte del muro», racconta. A vedere l’appartamento oggi, si fatica a credere al suo stato di degrado precedente. «Ho chiuso due caloriferi e posato le nuove piastrelle su quelle vecchie. Ho ammodernato personalmente gli infissi, portandoli a legno con la carta vetrata e mettendoli i vetri in sicurezza con una gomma apposita».

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II. Burocrazia infinita

Una ristrutturazione faticosa, con una sorpresa inaspettata: «Nella tubatura della cucina, durante i lavori, abbiamo trovato una copertura di eternit. Il tecnico di A2A procedeva tranquillamente il proprio lavoro, senza indossare protezioni. L’avevo avvisato: “Queste case sono vecchie, non sarebbe meglio indossare una mascherina?”. Appena ha visto l’eternit, ha avuto paura. Le finestre di cucina e bagno, poi, erano sul punto di staccarsi. Ho scritto una raccomandata all’Aler in cui mi sollevavo da qualsiasi responsabilità civile e penale per possibili danni nei miei confronti e nei confronti di terzi perché rischiavano di cadere di sotto e ferire qualcuno. Delle ghigliottine in potenza. Alla fine le hanno cambiate, ma ci hanno messo sei mesi».

Dopo qualche settimana – e diverse richieste – Aler ha accettato anche di coprire una parte dei costi di ristrutturazione effettuati da Matteo. In modo irrisorio, per la verità, staccando un assegno corrispondente a meno di un settimo della spesa totale. «Ho cercato di risparmiare il più possibile, comprando online gli elettrodomestici e il lavello. Il frigo mi è stato regalato da un amico che svuotava casa sua, mentre il sofà che vedi in sala è il vecchio divano-letto che utilizzavo per dormire quando vivevo con mia madre», dice.

«Mio nonno paterno e mia nonna materna mi hanno aiutato. E siamo riusciti, diluendo i pagamenti, a portare a termine la ristrutturazione».

«Ci sono voluti dieci mesi di attesa e due mesi di lavori, prima che fosse pronto per essere abitato». Tra (lunghi) tempi burocratici e ristrettezze economiche, è stato un anno di sacrifici non indifferenti: «Io avevo qualche piccolo risparmio da parte. Anche mio nonno paterno e mia nonna materna mi hanno aiutato. E siamo riusciti, diluendo i pagamenti, a portare a termine la ristrutturazione. Dal luglio del 2010 ci vivo a tutti gli effetti».

Per vivere nella sua casa Aler, Matteo paga molto meno di quanto pagherebbe ad affittare una stanza singola nello stesso quartiere, rientrando in una “fascia di protezione” garantita finora presentando come “reddito” di uno studente le borse di studio regionali ottenute in base ai suoi traguardi universitari. Il canone include le spese di gestione del condominio e il riscaldamento, non le bollette. La cifra, comunque, è destinata ad aumentare in breve tempo, al prossimo aggiornamento anagrafico: «La strada è quella dell’aumento, non si torna indietro. Ed è un problema se non lavori», spiega.

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A Milano ci sono 21mila famiglie in attesa di abitazione e iscritte alle graduatorie del Comune di Milano. Allo stesso tempo, sono 9754 gli appartamenti vuoti. I quali, secondo Aler, necessitano di ristrutturazioni costose - dai 10mila ai 15mila euro - prima di essere rimessi a disposizione dei richiedenti. Soldi che mancano nelle casse della società, che dichiara un buco di bilancio di 400 milioni di euro. “Un inquilino su tre, a Milano, non paga il canone, né i servizi correlati ad esso”, spiega il presidente di Aler Gian Valerio Lombardi. Numeri impressionanti, che mostrano i segni di una crisi diffusa e radicata, e alle volte sono alla base di un fenomeno in forte ascesa in città: quello delle occupazioni abusive. Nessuno conosce il numero reale delle case occupate a Milano. I sindacati degli inquilini parlano di almeno 5000 abitazioni popolari dove le persone vivono senza un regolare contratto. Dati riportati da SkyTG24 riferiscono di una tendenza in crescita: 97 nuove occupazioni nel 2011, 210 nel 2012, 659 nel 2013 e già 720 nel 2014.

III. Vivere multietnico

Sotto casa di Matteo vive una coppia dell’Est («con cui condivido la connessione internet»), nell’appartamento di fianco c’è un ragazzo arabo che ha portato in Italia il resto della famiglia, al piano terra vivevano due iraniani. Tante etnie che convivono, e condividono, una singola situazione abitativa. Per Matteo, questo tipo di interazione è una ricchezza, nel condominio e nel quartiere:

Negli anni ’90, lui e sua mamma abitavano a poche centinaia di metri da dove lui risiede oggi. La situazione nella zona era già complicata; rispetto a 15 anni fa ci sono stati miglioramenti e peggioramenti, a seconda dei punti di vista: «Gli edifici dove abitavo prima sono stati ristrutturati pochissimo durante questo periodo. E già cadevano a pezzi», spiega Matteo, che del quartiere ha questi ricordi: «Prima c’era più malvivenza targata Italia, ora più criminalità straniera. C’erano spaccio, regolamenti di conti in piena strada. Quando ero piccolo, una prostituta ha persino cercato di adescarmi. C’era gente che ti apriva la macchina e ci dormiva dentro. Era una situazione pesante per un bambino piccolo e una madre sola. Al mio ritorno mi sono sentito un po’ in apnea, temevo di ritrovare una situazione simile: per fortuna, però, le cose sono leggermente migliorate». Certo, la tranquillità è un concetto relativo: «Io me la cavo bene, invece per una ragazza vivere qui sarebbe problematico: c’è tanto degrado nelle vie, poca illuminazione, l’arredo urbano è pari a zero».

«San Siro negli anni '90 era un quartiere difficile per un bambino piccolo e una madre sola».

«Il ruolo dei genitori è fondamentale, quando cresci in un contesto simile. Sono loro a darti gli strumenti per affrontare i piccoli e grandi problemi della vita, sono loro ad indirizzare il tuo carattere», spiega Matteo. Ai tempi nel quartiere si rifletteva la mancanza di integrazione sociale, c’erano situazioni di forte tensione emotiva con il rischio di derive comportamentali. «Prima che diventassi un bullo, mia mamma mi ha tolto dalla scuola in cui ero e iscritto dalle suore, in un contesto più tranquillo e controllato». Nel quartiere le tensioni sociali si riflettono spesso sulle azioni dei singoli abitanti. Qui, la rabbia è il sentimento più diffuso.

Secondo Matteo, la città dovrebbe avviare processi di riqualificazione importanti per migliorare, partendo proprio dalle zone considerate “problematiche”. Un primo passo, suggerisce, sarebbe quello di offrire le case ai giovani: potrebbe essere un aiuto per loro, e contribuire a risanare naturalmente le zone.

Nonostante tutte le difficoltà, oggi Matteo apprezza la sua casa e l’opportunità che gli è stata data. «Risiedere in un alloggio popolare secondo me è una buona chance. Soprattutto in un momento di crisi economica come questo e considerati gli altissimi costi del mattone e degli affitti a Milano».

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