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Milano - San Siro

I negozianti storici di San Siro

Trovare un negozio storico a San Siro non è facile. In piazza Selinunte, al centro del quartiere, ne sono rimasti due: un ferramenta e un panettiere. Il “prestinée”, come lo indica il cartolaio egiziano a fianco, si chiama Mario ed è qui da ventun anni. Sul lato opposto della piazza c’è il ferramenta storico, aperto dal 1954. Ivan, il figlio del proprietario, lavora lì e frequenta la zona da sempre.

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I. C'ERA(NO) UNA VOLTA

Fino a poco fa, nel breve elenco delle sue attività si poteva contare anche un negozio di arredamento, con tanto di definizione “bottega storica”. «Sa cosa è successo al proprietario del negozio di arredi? – racconta Ivan – L’hanno fatto scappare via, ha mollato per esasperazione. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata quando, dopo che aveva approntato tutta una serie di migliorie di tasca propria, l’Aler, che è proprietaria delle mura, gli ha ordinato di mettere a posto tutto, pena una multa molto salata. Ma lui aveva fatto degli interventi strutturali necessari: l’avrebbero solo dovuto ringraziare per questo».

Per molti negozianti vecchio stampo mantenere l’attività a San Siro è un punto di onore, ma è sempre più difficile. Alla crisi che ha colpito tutti senza distinzioni, qui si aggiungono tutti i problemi di un quartiere sempre più degradato e lasciato in balìa di sé stesso. «Sembra quasi che vogliano accumulare problemi su problemi per distruggerlo del tutto» dice Ivan, ma non è il solo ad avercela con l’amministrazione comunale e regionale e con l’Aler, ovviamente. L’Azienda Lombarda per l’Edilizia Residenziale, infatti, non è vista proprio di buon occhio a San Siro e le ultime notizie sulle voragini nei suoi bilanci non fanno che aggravare i già forti sospetti di cattiva gestione dei beni pubblici.

Panettiere

«L’Aler qui è completamente assente» dice Mario, il panettiere. «Io ho avuto un paio di volte problemi di infiltrazioni e me li son dovuti mettere a posto da solo perché l’Aler non aveva i soldi. Finché l’amministrazione era Iacp (Istituti Autonomi Case Popolari, fino al 1996, ndr) le cose andavano meglio. Con il passaggio alla Regione sono iniziati i problemi». Problemi che si ripercuotono innanzitutto sulla gestione delle case, abbandonate e non assegnate perché la ristrutturazione è troppo costosa. Così accade che vengano occupate. Il fenomeno dell’illecito si ripercuote, secondo Ivan, anche sui proprietari delle attività.

«Ci sono attività che aprono per tre anni e poi chiudono senza aver pagato una lira di affitto ad Aler. E su chi si rifà Aler? Su di noi, che paghiamo sempre».

«Ci sono attività che aprono per tre anni e poi chiudono senza aver pagato una lira di affitto ad Aler. E su chi si rifà Aler? Su di noi, che paghiamo sempre. Ma è possibile che solo chi è in regola tenga in piedi tutto questo carrozzone? Chi ha il coraggio di avviare un’attività in un posto così? Non c’è nessuna prospettiva per questo quartiere, almeno finché le cose staranno così. E, onestamente, non penso che migliorino».

In una zona come questa, il negozio non è solo un servizio per gli abitanti. Svolge le funzioni fondamentali di aggregatore sociale e di presidio. La gente entra e si ferma almeno dieci minuti a chiacchierare. Il negozio aperto è rassicurante e aumenta il livello di sicurezza in un quartiere: diventa il luogo protetto. Così, la chiusura delle attività non è solo un danno economico ma un danno sociale. «Se atterri l’attività commerciale, questo rischia di diventare il Far West», ammicca Ivan.

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II. QUI NON SI FA CREDITO

All’interno della panetteria il cartello “Non si fa credito” è bene in vista, ma troneggia lassù soltanto per bellezza. Chi passa a ritirare il pane, non è raro che paghi in un secondo momento. «Questo signore che è appena passato vive con una piccola pensione», racconta Mario, il panettiere. «Adesso ha finito i soldi e aspetta. Vive con 480 euro al mese. Ma come fa? Le bollette le paga, l’affitto lo paga, gli resta poco… Certo, se vuoi andare avanti, qua è così, mica credito solo io. Il credito lo fa il bar, lo fa la farmacia. D’altronde, come si fa a rinunciare al pane?».

I problemi del quartiere e di chi ci abita si riflettono direttamente sulle attività dei negozi; e se per Mario distribuire pane vuol dire concedere credito a chi è in difficoltà, per Ivan, il ferramenta, la faccenda è un po’ diversa. Da un certo punto di vista, l’aumento del degrado può essere vantaggioso per chi vende serrature, rinforzi e blindature.

«Più c’è delinquenza, più tu che vendi sicurezza, in teoria, ci guadagni» spiega Ivan. Poi aggiunge, ripensandoci: «Ma proprio per questo ci troviamo in situazioni moralmente poco chiare». Nel negozio di Ivan non è raro che entrino clienti non proprio benintenzionati con richieste che vanno dal piede di porco alle tranciatrici. Oppure vorrebbero serrature vecchie, utili per esercitarsi a scassinarle. O anche dadi, non importa di quale misura, basta che siano abbastanza pesanti per riuscire a spaccare il vetro del vicino. E spesso Ivan deve dire di no contro il suo interesse: «Non possiamo vendere piedi di porco a metà quartiere e serrature all’altra metà», si spazientisce.

«Fino ai primi anni Duemila, San Siro somigliava alla Baggio di oggi. Un quartiere periferico ma con una sua identità ben precisa»

Ivan conosce bene la zona. L’ha vista cambiare fin da quando era bambino, all’inizio degli anni ’90, gli anni della droga, quando non gli era consentito portare a spasso il cane in piazza per paura delle siringhe infette. Sono gli stessi anni in cui Mario apriva la panetteria. Così, i due raccontano una storia speculare del quartiere che è problematico da sempre ma si è trasformato rapidamente negli ultimi vent’anni. Fino alla prima metà degli anni ’90 l’onda lunga dell’eroina dei decenni precedenti si faceva ancora sentire e il fenomeno delle occupazioni abusive era già avviato. Col passare degli anni, sono cambiati solo i protagonisti: l’eroina ha lasciato il posto al consumo di altre droghe e all’incirca verso i primi anni duemila gli immigrati sono arrivati in numeri sempre maggiori. «Fino ai primi anni Duemila, San Siro somigliava alla Baggio di oggi – ricorda Ivan -. Un quartiere periferico ma con una sua identità ben precisa». La delinquenza c’è sempre stata ma con una differenza: in passato a delinquere erano famiglie italiane con radici e legami nella criminalità organizzata. Dopo una serie di arresti e con l’arrivo in massa di immigrati, la situazione è cambiata. L’“ordine” imposto dal sistema di stampo mafioso è scomparso e con esso, secondo Ivan, “tutte le regole non scritte che, nel bene e nel male, rendevano San Siro un quartiere più ordinato”.

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III. LA CURVA DISCENDENTE

Col passare del tempo la situazione non ha fatto altro che peggiorare e, dagli ultimi quattro-cinque anni in poi, è critica. Le difficoltà sono tante e, intrecciate tra loro, creano problemi la cui soluzione sembra ancora lontana: la crisi economica, la pessima gestione delle case popolari, l’aumento dei flussi immigratori, la crescita dell’abusivismo. A questo, o a causa di questo, si aggiunga un fattore che rischia di essere molto pericoloso: la mancata integrazione degli immigrati. «Se qui c’è stata l’ambizione di ottenere l’integrazione, essa si è rivelata è stato un fallimento totale» racconta Mario. «È difficilissimo vedere passeggiare insieme un italiano e un immigrato, così come è difficile vedere passeggiare insieme immigrati di nazionalità diverse. Ciò che fa male è vedere serpeggiare l’astio tra abitanti dello stesso quartiere».

«È difficilissimo vedere passeggiare insieme un italiano e un immigrato. Ciò che fa male è vedere serpeggiare l’astio tra abitanti dello stesso quartiere»

Ivan sa bene che la maggior parte degli stranieri qui a San Siro lavora e rispetta la legge. Sa bene che, in molti casi, chi è arrivato qui si lascia l’inferno alle spalle. Ma da quello che vede tutti i giorni, sa anche che esiste un buon quozienti di immigrati che, per vari motivi (culturali, di educazione, personali) non fa nessuno sforzo per attenersi alle regole della comunità ospitante. Tuttavia, quello che Ivan non riesce davvero a mandar giù non è il mancato rispetto delle regole, ma la mancanza di sanzioni per chi non le rispetta. «Chi non è italiano in Italia non è perseguibile – si sfoga Ivan -. Abbiamo creato un sistema che permette a chi non ha un documento, una casa, una patente, un’auto, di non rispettare le regole e non essere punito. Non parlo di reati gravi ma della quotidianità abusiva per chi sopravvive tra le pieghe del sistema sociale e alle spalle della legge. La polizia non interviene più nemmeno a far ordine perché sa che è tutto tempo sprecato. E le forze dell’ordine da chi vanno? Si rivolgono allo Stato, al Comune, all’Aler? No. Vanno dai cittadini che hanno le carte in regola e che cercano di tirare avanti onestamente. Ecco, francamente mi sento preso in giro».

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