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Milano - San Siro

Circolo Pio La Torre, la politica non abita più qui

Non sono pochi a lamentare il disinteresse generale della politica nei confronti dei quartieri popolari di Milano e di tutta Italia, salvo un repentino cambio di rotta durante il periode pre-elettorale. Così non è a San Siro, dove il Circolo del Partito Democratico Pio La Torre di via Monreale si propone come presenza costante e preziosa per i suoi residenti. Una sfida non sempre facile da raccogliere, soprattutto oggi, in una situazione complessa per il quartiere.

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Una iniziativa del Circolo La Torre, in via Abbiati. Foto di Guia Biscàro.

I. San Siro è cambiato

«La politica si è allontanata da San Siro, ma anche i suoi abitanti da anni non la vedono più come un punto di riferimento per le loro esistenze. Non è sempre stato così – osserva Annibale Osti, tra i principali animatori del Circolo -. Tutto è iniziato durante il periodo fascista, quando San Siro era un quartiere caratterizzato da una forte presenza operaia: decine di fabbriche spuntate come funghi a partire dagli anni Trenta. C’era l’Isotta-Fraschini, che produceva attrezzature militari e per questo durante la guerra era stata bersaglio di pesanti bombardamenti. Più in là c’era l’Alfa Romeo e numerosi altri stabilimenti tessili, meccanici e automobilistici».

«A inizio secolo si respirava un clima solidale tra le persone, che vivevano a stretto contatto nelle case di ringhiera, con lavanderie e cantine comuni».

Lo sviluppo industriale aveva dato il via alla costruzione di diversi palazzi, per ospitare i lavoratori in piccole unità abitative. Le prime case, in stile retrò, che si possono vedere ancora oggi nell’angolo tra via Ricciarelli e via Dolci, risalgono al 1933; l’attuale tessuto urbano del cosiddetto “Quadrilatero”, nucleo storico del quartiere, si era già delineato verso gli inizi degli anni Sessanta.

«A quei tempi esisteva una sorta di aristocrazia operaia di lavoratori e artigiani, provenienti dal milanese e dalle campagne lombarde – spiega Osti -. Erano soprattutto giovani coppie con bambini alla ricerca del benessere economico e di un avanzamento sociale. Si respirava un clima unito e solidale tra le persone, che vivevano a stretto contatto nelle case di ringhiera, con lavanderie e cantine comuni – continua Osti, riportando la memoria di molti storici residenti del quartiere che ha conosciuto -. Chi ha vissuto quei decenni ricorda con nostalgia la solidarietà che si respirava nei cortili e sui ballatoi. Per anni si è parlato esclusivamente dialetto lombardo, fino all’arrivo delle maestranze venete».

I primi attriti sono sorti negli anni Cinquanta, in pieno boom economico. Con l’aumento della produzione, le fabbriche hanno avuto bisogno di una gran quantità di braccia, che hanno trovato reclutando immigrati provenienti dal Sud. Alfa Romeo, Isotta-Fraschini e Siemens diventarono luoghi d’integrazione di due Italie che si incontravano per la prima volta. Un confronto che andava oltre i cancelli delle fabbriche e arrivava fino nei cortili del quartiere San Siro. E proprio dalla Siemens ha origine la storia del Circolo La Torre. Legato al Pci, venne inizialmente intitolato a due operai della Siemens caduti durante la Resistenza.

II. Silvana la pasionaria

Chi ha vissuto quegli anni se li ricorda come se fosse ieri. Silvana Schiavi, 69 anni, nel quartiere San Siro fa politica da quasi mezzo secolo. Originaria di Piacenza, arriva a Milano nel ’63 per frequentare l’università, lasciandosi alle spalle certi ritmi e pregiudizi della provincia emiliana. Anche se studia per ottenere il diploma di tecnico di laboratorio non rinuncia a vivere la politica con passione e intensità. Dopo la laurea e un breve periodo come assistente al Policlinico, inizia la sua carriera nei laboratori della Recordati, azienda farmaceutica molto radicata nella vita del quartiere San Siro.

Silvana è un colletto bianco ma ha a cuore la causa degli operai, a partire da  quelli che abitano nel quartiere. Ancora prima che politico, il suo impegno è sindacale. Un impegno che Silvana ricorda volentieri per gli sforzi e la fatica che le sono costati. «Essere un buon sindacalista non significa sfruttare i permessi per scansare il lavoro – sottolinea -. Prima bisogna conquistarsi il rispetto di chi si rappresenta, facendo bene anzitutto il proprio lavoro».

La stagione del Sessantotto convince definitivamente Silvana che la politica è la sua strada. Nel dicembre 1968 la polizia spara sui dimostranti ad Avola, nell’aprile del 1969 ancora sangue a Battipaglia. aA terra restano morti e decine di feriti. «Sentii la notizia alla radio e decisi che dovevo fare qualcosa – spiega Silvana -. Era l’anno delle grandi rivolte, soprattutto di lavoratori e studenti. Eravamo giovani, eravamo arrabbiati con un potere che sapeva mostrare solo autorità, ma nessuna autorevolezza. A volte mi domando come ho fatto a sopravvivere con così tanta rabbia in corpo».

Chiamata a una scelta di campo, Silvana si avvicina al Partito Socialista, da sempre era il punto di riferimento dei genitori, ma non riesce a condividerne gli ideali fino in fondo. Come la sorella, guarda più a sinistra trovando il suo posto nelle fila di Avanguardia Operaia. «A vent’anni si tende a privilegiare la discussione ideologica rispetto al risultato elettorale – osserva Silvana -. Avanguardia Operaia superava raramente lo 0,3 per cento dei voti alle elezioni politiche, ma quel che ricordo di quegli anni sono gli interminabili confronti con alcuni “compagni” che vedo ancora oggi. Mio marito l’ho conosciuto proprio allora e l’ho sposato, rigorosamente in municipio». I due, dopo decenni di battaglie, decidono di cambiare rotta, avvicinandosi al circolo del Partito Democratico di Sinistra (Pds) di via Micene.

«A quarant’anni ormai sei stanco di vivere di pura ideologia - spiega Silvana - viene il momento in cui vuoi mettere te stesso alla prova in qualcosa di concreto».

Poi un nuovo trasloco in via Monreale 19. All’inizio la sede è dedicata al partigiano Gaetano Bottini, morto in combattimento il 25 aprile del ’45. Ma Silvana suggerisce di intitolarlo a Pio la Torre, politico e sindacalista siciliano ammazzato dalla mafia. Nonostante qualche perplessità iniziale, la proposta passa.

Il cambio di nome però coincide quasi simbolicamente con la fine di un certo modo di vivere e fare la politica. «Un tempo il circolo di partito aveva un ruolo essenziale a San Siro – annota Silvana -. In questi ultimi vent’anni il tessuto sociale del quartiere si è disgregato. Le fabbriche e gli operai non sono più l’anima di questo posto. Fare politica è una necessità che pochi italiani sentono propria, figurarsi per chi arriva da un altro Paese».

Ma c’è un passato a cui Silvana continua a guardare. «Gli anni degli scioperi, delle lotte e delle manifestazioni in piazza sono  lontani ma scolpiti nella memoria. Ho l’impressione che oggi interessi anzitutto l’efficienza nella politica, non la partecipazione. Ma così la politica diventa un esercizio di burocrazia e contabilità. Ci siamo dimenticati il valore e l’origine di questa parola – “politica”, del popolo – e l’abbiamo ridotta a un esercizio arido. Rimpiango le parole come strumenti per esortare gli altri a inseguire ideali e valori, a battersi per i loro diritti».

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Foto di Guia Biscàro.

III. Il futuro del Circolo

Oggi il nome del Circolo è cambiato, e anche l’impatto sulla vita di quartiere. Sono lontani i tempi delle centinaia di iscritti, dei discorsi appassionati, della passione per la politica che vinceva la stanchezza dei turno alla catena di montaggio. Gli iscritti sono rimasti pochi, meno di una settantina. Nessuno abita nel nucleo storico del Quadrilatero di San Siro. Qualcuno ha casa nel quartiere allargato. Molti vivono altrove. La politica non è più uno strumento di confronto e integrazione. Secondo Annibale Osti, la recente ondata migratoria proveniente dal Nord Africa, iniziata negli anni Novanta, è la principale causa di questo allontanamento, che ha portato alla frammentazione etnica e alla disgregazione culturale del quartiere San Siro, oggi considerato uno dei quartieri più problematici di Milano.

«Molti italiani si vergognano di abitare qui, considerano la propria condizione una sconfitta e il segno dell’incapacità di costruirsi altre opportunità».

Eppure la situazione attuale ha portato i membri del Circolo La Torre a misurarsi con una nuova sfida: riportare il quartiere alla serenità perduta, cercando di migliorare la coesione sociale nel microcosmo eterogeneo che popola San Siro. In questa direzione si inseriscono le iniziative di Osti e degli altri soci, inseriti nel progetto Luoghi Ideali, programma internazionale promosso dal membro del Pd Fabrizio Barca in collaborazione con un centinaio di circoli in tutta Italia.

«L’idea è di ricostruire, attraverso la politica, un maggiore senso di identità e appartenenza del quartiere e delle persone che ne fanno parte – spiega Osti -. Molti italiani si vergognano di abitare qui, considerano la propria condizione una sconfitta e il segno dell’incapacità di costruirsi altre opportunità. Noi vorremmo che questa gente un giorno possa sentirsi libera di dire “io sono qui, io vivo qui”, e possa percepire San Siro non come luogo di passaggio, prigione, come un problema, ma come il proprio ambiente, la propria casa. La nostra casa, perché anche io abito qui vicino».

Una delle iniziative più interessanti del circolo è la creazione del Museo delle cose da niente, mostra itinerante iniziata nell’estate 2014, pensata con l’obiettivo di spingere gli abitanti dei quartieri a rianimare i cortili dei palazzi, centri privilegiati di confronto e frequentazione, proprio come accadeva una volta. Guia Biscaro è una degli ideatori dell’iniziativa: «Il risultato finale è una mostra all’aria aperta, proprio nei cortili, dove saranno riuniti, in piccole teche di cartone, oggetti di scarso valore economico, ma fondamentali dal punto di vista affettivo per la gente di San Siro».

«Per trovare e raccogliere questi oggetti – continua Biscaro – abbiamo intervistato le persone che abbiamo incontrato per strada, nella sede di Alfabeti e in quella di Mapping San Siro, in via Abbiati. Abbiamo portato le sedie sul marciapiede e iniziato a chiedere a chi passava di raccontarci la propria storia. Dalla signora con la spesa al giovane africano che usciva dal lavoro, tutti si sono dimostrati disponibili. Ora stiamo raccogliendo il materiale e cerchiamo di tirar fuori gli elementi comuni emersi dalle interviste, attraverso il sistema classico dei post-it: lo scopo è trovare delle “figure-tipo” che uniscono la gente di San Siro».

La ricerca è stata un’occasione per interpretare meglio le persone che vivono nel quotidiano le strade e i palazzi, conoscere i loro pensieri e le preoccupazioni sul quartiere, ma anche per sfatare luoghi comuni. Ad esempio, il contrasto tra abitanti italiani e le famiglie straniere è decisamente meno sentito di quanto affermano media e partiti politici. Il vero conflitto che anima il quartiere è semmai quello tra giovani e anziani. Una convivenza difficile per abitudini e orari che faticano a integrarsi: «La frattura più evidente è quella generazionale – osserva Giulia Biscaro -. Sempre più ragazzi italiani prendono casa qui attratti dagli affitti bassi».

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Lo studio parla anche dei fenomeni del racket e delle occupazioni abusive, un problema sentito nel quartiere, ma non il principale. Gli storici residenti italiani a San Siro, ormai tutti anziani, hanno senza dubbio sofferto la recente ondata migratoria. «Parlando con loro però non definiscono mai gli stranieri di loro conoscenza “cattivi” – spiega Biscaro -. I cattivi sono sempre gli altri. Basta stabilire qualche contatto quotidiano tra le persone e le cose cambiano in un istante, il muro dei pregiudizi crolla».

Oggi, ammettono Osti e Biscaro, il Circolo La Torre ha perso quel ruolo di collante sociale che aveva un tempo nel Quadrilatero. Ora sono soprattutto le due parrocchie del quartiere – quella di piazzale Brescia ed quella dell’Esquilino -, e le numerose associazioni di volontariato a farsi promotori dell’aggregazione sociale. Come Alfabeti, Salam o il Centro Micene, che ha aperto uno sportello per dare ascolto e aiuto agli abitanti.

La speranza degli iscritti è quella di una politica vicina alla gente, che ritorni ad avere un ruolo centrale per i residenti e riesca ad aiutarli nei grandi e nei piccoli problemi quotidiani. L’ultima rilevante azione politica studiata per i quartieri popolari è stata quella dei Contratti di quartiere, promossi con una legge risalente al 1998, che dispone l’investimento di risorse economiche per il recupero urbano, con il rifacimento di parti comuni dei palazzi, delle strade e dei piazzali. E’ il caso di piazza Selinunte.

«Guardiamo ancora al futuro con fiducia – spiega Osti -, il lavoro che ogni giorno noi e tanti altri facciamo a San Siro sta producendo i primi risultati. C’è una nuova solidarietà fra gli abitanti e una maggiore cura e accettazione di questo luogo. Ad esempio, in molti cortili, ci sono piccole statue dedicate alla Madonna: ho notato che i coinquilini si organizzano a turno per pulire, sistemare, sostituire i fuori secchi con i freschi. Piccole forme di partecipazione, queste, che incoraggiano un vero cambiamento».


[Tutte le fotografie di questo articolo sono pubblicate per gentile concessione dell’autrice, Guia Biscàro]

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