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Milano - San Siro

Alfabeti, lezione di italiano per tutti

Sono le nove di venerdì sera. Sara, emozionata, varca la soglia del  locale al pianterreno. L’insegna recita Alfabeti. È la sua prima volta come volontaria dell’associazione ed è qui per affiancare un collega più esperto e imparare come si insegna l’italiano a una classe di stranieri. Sara è pronta per l’affiancamento, ma all’ultimo momento scopre che sarà lei a tenere la lezione: l’insegnante se ne va, lasciando la classe nelle sue mani. Un battesimo di fuoco.

«È un lavoro faticosissimo, in cui si suda tantissimo e si secca la gola, ma quante soddisfazioni»

Tre anni e molte lezioni dopo, Sara Pupillo ricorda quella sera come la prima di una lunga serie di momenti «entusiasmanti, divertentissimi, faticosissimi». Si suda tanto, la gola si asciuga. E dire che Sara è finita ad Alfabeti per puro caso: «Non avevo nessun tipo di esperienza – racconta –, non avevo mai fatto volontariato né avevo pensato di farlo. Dopo un periodo di disoccupazione mi sono messa a studiare per il Ditals, l’attestato dell’Università di Siena che certifica le competenze per insegnare italiano agli stranieri». Lo ha fatto per occupare il tempo, poi ha pensato di potere trasformare questa esperienza in qualcosa di importante per se stessa e per gli altri. Alfabeti era l’occasione giusta per togliersi, come si dice, lo sfizio.

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I. L'ASSOCIAZIONE

Alfabeti è nata nel 1995 nel cuore del quartiere San Siro, grazie all’iniziativa di alcuni volontari che sentivano il bisogno di rispondere alle esigenze di integrazione di una delle zone più multietniche di Milano: insegnare l’italiano ai migranti. L’esigenza negli anni è stata confermata: oggi i volontari sono 60. Sara ricorda che l’estate scorsa un ragazzo è entrato di corsa nella sede di via Abbiati 4 in preda al panico. Un amico si era sentito male, aveva bisogno di un’ambulanza, ma lui non lo sapeva spiegare se non a gesti. Sara, dopo averlo aiutato, si è arrabbiata. «Quel ragazzo viveva in Italia da diversi anni, eppure non era in grado di chiamare da solo un’ambulanza: non conosceva nemmeno il numero».

«Dal 1995 si sono dati il cambio 5mila studenti dai 16 anni in su. Oggi abbiamo quasi 200 iscritti»

Tutto è iniziato con dei corsi di lingua in orario serale, gratuiti e aperti a tutti. Poi è stato il turno della Scuola delle Donne, nata per intercettare l’esigenza di quelle studentesse, per lo più provenienti dai Paesi arabi, che preferiscono frequentare la scuola al mattino e rapportarsi solo con insegnanti donne. La scuola popolare è poi diventata nel 1999 un’associazione Onlus, acquisendo negli anni un ruolo sempre più importante all’interno del quartiere. Dal ’95 si sono dati il cambio circa 5mila studenti dai 16 anni in su, all’inizio quasi esclusivamente egiziani; poi anche filippini, cingalesi, africani, cinesi, latino-americani. Pian piano il numero degli iscritti è aumentato, arrivando fino a 200, «anche se poi – spiega Sara – non è detto che frequentino nei mesi da giugno a ottobre».

Anna Cartisano, ex insegnante di scienze, è approdata ad Alfabeti nel 2007, quando ancora la sede dell’associazione si trovava in via Maratti. «Si trattava di un enorme stanzone seminterrato, abbastanza fetido». L’idea di andare in pensione la spaventava: un’amica della figlia le propose l’esperienza in Alfabeti. «Non ero entusiasta di continuare a insegnare, ma almeno avrei cambiato settore: dalle scienze all’italiano. Mi sono detta: proviamo. E poi non l’ho lasciato più». Anna, in quasi dieci anni, ha visto Alfabeti cambiare tantissimo, ne ha visto il salto di qualità. Innanzitutto nel cambio di sede: niente più muffa sui muri di una cantina maleodorante. Nella primavera del 2009, con lo spostamento nei due nuovi locali di via Abbiati, la scuola ha guadagnato un’altra atmosfera. Anche se quel lusso è durato poco: una delle due sedi è stata abbandonata per questioni economiche e oggi ospita i ragazzi di Mapping San Siro.

Al bilancio di Alfabeti gli studenti contribuiscono solo simbolicamente, con una cifra che basta appena a coprire le spese dei libri di testo e le fotocopie. Per raccogliere altro denaro con cui pagare l’affitto della sede i volontari organizzano le più disparate attività, ma i frutti bastano soltanto a racimolare i 9mila euro annuali che spettano ad Aler, proprietario dei locali. «Il problema più grande – spiega Anna – è che non abbiamo una lira né alcun aiuto da parte del Comune, che se ne lava le mani come Ponzio Pilato». D’altronde, Aler risponde alla Regione e non al Comune. «Organizziamo il più spesso possibile mercatini e altre iniziative, ma l’incubo dell’affitto ci insegue».

Lo spazio oggi è costituito da una grande stanza con qualche tavolo e tante sedie. Una stanza più piccola, arredata con un tavolo a misura di bambino, due sgabelli e alcuni giocattoli, dovrebbe ospitare i figli delle studentesse della Scuola delle Donne. Il condizionale è d’obbligo, visto che i bambini sono incapaci di stare tranquilli e cercano piuttosto di nascondersi tra le gambe delle madri durante le lezioni. Presso Alfabeti, infatti, la mattina si insegna italiano alle donne, nell’unico momento della giornata in cui i bambini più grandi sono a scuola. «Sono donne immigrate, per la maggior parte egiziane e magrebine, che vivono tutte nelle case Aler», spiega Bianca Bottero, una delle volontarie. «Ci tengo molto a lavorare con loro, anche se la mia sensazione è che vivano in una ‘bolla’, in una sorta di isolamento». C’è ancora qualche pregiudizio da fugare. «Vengono genericamente definite ‘le immigrate’: in realtà sono donne capaci, che hanno studiato, alcune anche per otto o dieci anni; però, quando arrivano qui, non non hanno nulla da fare se non dedicarsi alla famiglia. Eppure sono loro che vivono il quartiere, sono loro che raccattano la sporcizia e sono le depositarie dei problemi di queste strutture».

Chi passa di lì può spiare le classi dalle due grandi vetrate che si affacciano sulla via. A chi le chiede come i volontari si sono fatti conoscere nel quartiere, Sara Pupillo risponde: «Con il passaparola e il “passadavanti”».

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II. I volontari

Oggi, i volontari sono più di 60, provenienti dai settori più disparati, dall’editoria al settore scientifico, e di tutte le età: dai 22 agli 81 anni.

Mi sono potuta appropriare di quel pezzo di quartiere che non mi apparteneva Laura Barcellona

Per tutti i volontari la prima esperienza è stata d’impatto. Trovarsi di fronte quindici persone a cui insegnare l’italiano quasi da zero (almeno nelle classi di livello più basso) è una sfida. «Il primo ricordo che ho è di un’atmosfera confusa, ma anche ricca di energia». Laura Barcellona ricorda così la sua prima sera nella vecchia sede di via Maratta. Sono ormai passati sette anni: prima di iniziare Laura ha impiegato due anni per convincersi. Non aveva alcuna esperienza nell’insegnamento e non si sentiva pronta. «Poi, un giorno è scattato qualcosa nella mia testa e ho deciso di buttarmi». Dopo la prima lezione la sua paura è scemata: con gli altri volontari ha sentito subito un forte affiatamento e con alcuni di loro ha costruito un’amicizia che dura ancora oggi. Grazie ad Alfabeti Laura ha imparato a conoscere il luogo in cui abitava senza viverlo. «Mi sono potuta appropriare di un altro pezzo di quartiere che non mi apparteneva».

Ogni insegnante ha il proprio metodo e addirittura le proprie competenze in italiano. «Alcuni non provano nemmeno a fare i volontari perché hanno paura di non essere all’altezza», racconta Moreno Castelli, ad Alfabeti da quasi quattro anni. «Se vedessero quanto è facile si sentirebbero rincuorati. Non essendo necessaria una specifica formazione, ognuno porta con sé il modello di insegnamento che ha ricevuto».

Che cosa spinge ognuno di questi volontari a esercitare il proprio impegno almeno una sera alla settimana? «Le piccole conferme di ogni giorno, che dimostrano l’importanza di quello che facciamo qui», spiega Sara. «Questa esperienza ti dà tantissimo – continua – perché vedi dei piccoli miglioramenti, una parola o una frase che i tuoi allievi ricordano dalla lezione precedente, e pensi che stai contribuendo almeno un po’ al miglioramento della loro vita in Italia».

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III. Fare integrazione

«San Siro è un quartiere complesso – spiegano Anna e Sara –. Ci sono le ville dei calciatori, gli studenti della scuola francese. E’ già una conquista il fatto che gli abitanti non ci guardino male». Negli anni gli inquilini di via Abbiati si sono abituati alla presenza di Alfabeti e dei suoi studenti, a volte un po’ chiassosi, e hanno modificato la diffidenza e l’antipatia in un sentimento positivo. «All’inizio ce l’avevano con noi – racconta Anna – forse perché gli egiziani in cortile facevano troppo rumore». «Mi ricordo le prime feste che abbiamo fatto qui – continua Anna –: hanno chiamato i vigili alle sette di sera per il volume troppo alto».

San Siro è un quartiere complesso. All'inizio ce l'avevano con noi

Le cose stanno cambiando: «Tanti giovani pieni di entusiasmo ci stanno dando una mano; abbiamo organizzato sempre più iniziative, anche per riqualificare il quartiere». A partire dalla riverniciatura delle saracinesche della sede, di un bel verde bottiglia e decorate con le immagini che meglio rappresentano l’associazione: un mappamondo, libri, mani di colori diversi che insieme giocano tra le lettere e le pagine per dimostrare che “l’integrazione parla la stessa lingua”. E accanto ai murales delle saracinesche ci sono anche le piante e le fioriere con cui impiegare lo spazio prima occupato da piccole discariche a cielo aperto.

«In questa via – spiega Anna – di solito ci sono vecchi mobili abbandonati, materassi, frigoriferi. C’è il degrado più totale. Se lo spazio viene occupato dalle piante, si riduce per altre attività». La discarica è un prodotto della minoranza degli abitanti del quartiere: gli altri non possono che essere contenti di vedere dei fiori al suo posto. «Una signora – continua Anna – ci ha perfino portato due bottiglie di vino per ringraziarci. Anni fa una cosa del genere sarebbe stata inimmaginabile». Il quartiere stesso, aprendosi verso l’associazionismo, ha subìto una trasformazione estetica che è anche culturale. Inoltre, le lezioni serali animano una via che per i residenti, a quell’ora, potrebbe essere meno sicura.

L’integrazione avviene per prima tra gli stessi studenti, come spiega Sara: «Vedi le differenze, eppure la voglia di incontrarsi. È bello quando un filippino dice a un egiziano: “Aspettami che facciamo strada insieme”». Se per gli uomini è più semplice, nella Scuola delle Donne già un sorriso scambiato tra loro, o un confronto su ciò che imparano a lezione, è un traguardo. «Per la cultura araba – spiega Anna – è già tanto che la donna abbia la possibilità e la voglia di venire a lezione».

Non tutti gli studenti di Alfabeti decidono di iscriversi nel momento in cui arrivano nel quartiere. Alcuni aspettano anni: frequentano la loro comunità, lavorano tra di loro, pensano di tornare al loro Paese in tempi brevi, anche se non sempre accade. Altri rimangono a lungo in associazione e imparano bene la lingua. Si emancipano e lavorano regolarmente, dando così ai volontari ulteriore spinta, incoraggiamento, speranze.

Quest’anno l’associazione compie 20 anni: da una delle riunioni che i volontari programmano regolarmente per organizzarsi, si capisce che questo sarà un ventennale pieno di iniziative. Alla fine Alfabeti è così: tanti volontari, tante idee e un entusiasmo che trova energia nei sorrisi per ogni parola o lettera acquisita.

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